giovedì, 11 marzo 2010

Chi ha ucciso la baronessa di Carini?

Chi ha ucciso la baronessa di Carini? Non occorre chiamare sul sepolcro della giovane donna un team di scienziati per conoscere la risposta. Fu il padre Cesare Lanza, ricchissimo e spregiudicato, con la connivenza del genero e per motivi assai lontani dalla gelosia e dall’onore.
Ma per quanto la notizia si nota agli storici, ugualmente la questione è diventata oggetto di una indagine finanziata dall’amministrazione comunale del luogo in cui ebbe a consumarsi la tragedia. Il che non dovrebbe destare alcun interesse se non conducesse di per sé ad inevitabili riflessioni sull’uso della storia, chiamata troppo spesso ad avvalorare goffe messinscene per rendere attraente la memoria dei luoghi. O se non facesse involontariamente pensare alla violenza che ancor oggi, come cinquecento anni fa, si consuma all’interno delle pareti domestiche.
Parlo della violenza più dolorosa, quella nascosta, quella che non si ammette anche quando la sua evidenza diventa intollerabile. La violenza che colpisce indifferentemente al di là dell’età e che rende tutti colpevoli: la vittima perché incapace di sfuggire al suo carnefice, chi sa e tace per inutili convenzioni sociali, la società perché inadeguata ad impedire e ad accogliere gli abusati. 
Parlo di quell’inferno senza fine, di quella discesa nel buio e nel dolore di donne, minori, anziani, diversi, di cui si parla occasionalmente solo quando esso diventa irrimediabile perché la vittima muore e la realtà diventa notizia. Solo allora giornali e televisioni ne fanno la pietosa cronaca e, immancabilmente, assistiamo al penoso spettacolo della finzione, dell’indifferenza, della fuga dall’occhio della telecamera di quanti sapevano o sospettavano.
Non serve allora indagare sulla baronessa di Carini. La sua storia potrà ugualmente essere fonte di turismo se è questo quello che viene ricercato. Serve che quell’amministrazione se vuole spendersi in maniera socialmente utile, diventi pioniera di un progetto di soccorso, assistenza e reinserimento delle vittime della violenza domestica. E se invece già lo fa, usi i discorsi sulla violenza antica, per rimediare a quella moderna e divenire modello per quanti – e sono i più – sembrano ancora ignorarla.

Lina Scalisi

Lucia e Oscar, un amore improbabile

C’è un amore senza retorica, che evita i gadget, non li conosce. Questo è l’amore che nutre i fiori nel fango. E’ l’amore di Oscar e Lucia. Oscar è macedone,  ha vent’anni, Oscar è rom. Lucia è italiana, nata a Siracusa, vissuta in collegio. Adesso scrivo la storia del loro amore, per questo mi asciugo gli occhi. Lei è una ragazzina, lei ama Oscar, sicché entrando nel campo del suo amato, entrò da straniera, la gaggé, in lingua romnì. Lucia ha sposato Oscar, ad Oscar ha dato due figlie. Oggi Lucia vive in un cointainer nel campo rom di Siracusa. Lucia racconta una storia d’amore così improbabile, così vera, così banale, che d’abitudine procura ai suoi auditori le lacrime agli occhi. Perché è una storia vera. Frequentavano, Lucia ed Oscar, lo stesso convitto di suore. Oscar era un ragazzino e anche Lucia lo era.  Si scambiarono le caramelle, gommose con lo zucchero sopra, si guardarono per giorni. Forse bastò questo, uno sguardo diverso del macedone che già usava portare baffetti scuri e un basco di velluto; bastò forse il sorriso impacciato di Lucia. Bastò. Ma l’amore esige coraggio, evita i gadget, inciampa nella retorica se è nobile, diverso, estraneo ad una certa consolidata ovvietà. L’amore dà una chance, con l’amore puoi essere ciò che vuoi, dice Lucia, non ciò che sei, non ciò che devi dico io. Lucia ha avuto coraggio perché quando ha sposato Oscar ha sposato un popolo intero, il loro porrajmos, il sacrificio e la segregazione, una terra senza uomini e tutti i suoi uomini senza terra, globetrotter mai funerei, un calice di vodka, uno sputo di sangue sulla malasorte: questi sono i rom. Lucia sposò Oscar e entrando nel campo capì subito che le buche scavate nel terreno erano latrine. Capì che avrebbe avuto freddo la notte, non c’erano ancora i cointainer (ma sono freddi pure quelli), c’erano baracche di compensato e soltanto in qualcuna la legna bruciava e non sempre faceva un buon profumo. Desiderò la nuova vita, indossò i panni di quella nuova vita; nella festa del 6 maggio i panni sono gonne lunghe di velluto e bustini di tulle, bolerini di raso. Lucia imparò ogni cosa, il romnì, il rito della pasqua musulmana, i passi della valjinka. Ogni cosa. Di buon mattino è già sul ciglio dello stradone sulla provinciale che corre verso il mare, accompagna la figlia a scuola, in carrozzina. Lucia sapeva stendere la mano, faceva il menghele, ma una volta, quando si poteva fare, e raccogliere soldini non era un reato. Tutto questo si fa per amore. Non è che Oscar e Lucia festeggeranno San Valentino, no; ma forse Lucia avrebbe voluto, una volta tanto, un fiore, qualcosa di occidentale, qualcosa. Lucia dice che non è facile fare la rom. Certo, non è facile, non è facile perché quando aveva il dente bucato si dovette tenere il dolore  e il medico in Caritas non poteva ricevere, e lei doveva aspettare e tenersi il dente marcio. E non si torna indietro, Lucia ed Oscar stanno insieme perché si amano, perché così doveva andare.
Veronica Tomassini

Fenomenologia del tango

Lo sapevo che prima o poi avrei finito col parlare di tango. L’ho ballato tanto, lo amo e lo conosco il tango e conosco bene anche il suo microcosmo: un Bignami di antropologia, una commedia umana in salsa portena, che solo quando ci sei dentro capisci realmente che cosa significa.
Tango ballo meraviglioso, abbraccio democratico dove importa poco chi sei, cosa voti, quanto guadagni, se hai la laurea o no: quello che conta è che tu sappia ballare.
Il che da un punto di vista prettamente maschile significa che tu sappia portare e dall’altro squisitamente femminile che tu sappia seguire. Questo perché a dispetto di ogni emancipatio vera o presunta e di qualunque rivendicazione femminile, nel tango l’invito è di competenza dell’uomo che con un rituale antico che prevede un gioco di sguardi e un cenno della testa codificato col nome di cabezeo, lancia il suo segnale alla prescelta. Ed è sempre compito del maschio decidere i passi, tenere la direzione, segnare il tempo. Alla donna si chiede solo di essere una brava “seguidora”.
Tango condensato di emozioni, che quando lo incontri non ti lascia via di scelta: o lo ami o lo odi. Nel primo caso, allora, inizia una fase nella vita di ogni novizio in cui tutto diventa “tanguero”: si ascolta solo tango, si parla solo di tango, si esce solo per il tango. E gli amici di sempre, che non comprendono, pensano che sei andato fuori di testa, indottrinato come neanche Scientology, qualcuno parla di “carboneria tanguera” dove non entri se non conosci le parole magiche: ocho, milonga, boleo, volcada, e così via.
Tango villaggio globalizzato, dove ti può capitare di ballare con uno a Berlino e poi ritrovarlo a Milano e poi ancora sul lungo Senna parigino. E nel frattempo possono essere passati mesi, anni, ma il ballerino, specie se di razza, non si dimentica, e l’encuentro è sempre una gioia fatta di larghi sorrisi e di tande piacevolmente condivise. Già la tanda, espressione sublime del galateo tanguero, ossia 3 o 4 tanghi ballati in sequenza, escamotage perfetto che dà il tempo ai corpi di trovare il ritmo, perché un pezzo è troppo poco per questo e gli altri 2 o 3 rappresentano il numero giusto per affiatarsi.
Tango storia d’amore che dura l’arco di un brano, capace di compiere il miracolo di incontrarsi, amarsi e lasciarsi, il tutto senza drammi, sperimentando o la gioia del piacere condiviso, altrimenti il sollievo per una separazione neanche troppo attesa. E poi può sempre capitare che tra un ballo e l’altro con qualcuno si scopra di voler “ballare” anche nella vita: è successo, succede e continuerà a succedere pure questo nel tango.
Tango fiera della vanità, dove se sei bella ma inesperta chissà perché troverai sempre maestri entusiasti, ansiosi di introdurti, novelli Pigmalioni, alle gioie del ballo. Ma se sei bella e brava è il massimo, magicamente per te si spalancano le porte dell’Olimpo Tanguero, ovvero ti inviteranno i migliori, quelli che nelle milonghe siedono al tavolo dei maestri, che girano di Festival in Festival, che nella comunità tanguera sono additati e conosciuti. E poco importa se lo stile magari non è ancora al top: ballando, ballando, bravissima finisci col diventarlo davvero!
Tango melodia che ti cattura, che puoi anche smettere di ballare ma dimenticare mai, perché dopo che hai conosciuto Pugliese, Di Sarli, D’Arienzo, Fresedo, Canaro, nomi che ai più non dicono niente e invece sono i direttori delle orchestre che hanno fatto la storia del tango, non puoi fare a meno di continuare ad ascoltarli comunque, cogliendo sempre nuove sfumature di un ballo che ti mette a contatto con le tue emozioni più profonde. Ne sa qualcosa Sally Potter, regista che qualche anno fa ha avuto un amour fou per il tango, cui ha dedicato pure un film,“Lezioni di Tango” appunto, dove a un certo punto qualcuno dice “per ballare bene il tango devi aver molto sofferto”. E chi non ha sofferto almeno un poco nella vita per amore? Quindi nel 2010… scuola di tango per tutti!

Questo pezzo è dedicato a Tetè Rusconi, vecchio milonguero morto nei primi giorni dell’anno, fuoriclasse del tango Salòn, che ha incantato le milonghe di Buenos Aires e del mondo.
Addio, grandissimo Tetè.

Donatella De Palma

Coppia libera tutti!

Oggi sono stata a guardare il mio alluce per una buona mezzora nel tentativo che questo, insieme a un’attenta rilettura di Kant, mi faccia capire se sono un’immorale e una puttana.
Imputata e avvocato di me stessa, colpevole di desiderare l’uomo di un’altra, ho portato sul banco dei testimoni Lombroso, che contro ogni possibile opposizione ha confermato il suo scientifico punto di vista: «Le prostitute, come i delinquenti, presentano caratteri distintivi fisici, mentali e congeniti, tra questi l’alluce prensile».
Quindi io, che l’alluce prensile ce l’ho…, sorvolo sulla coincidenza: l’alluce non fa di me una puttana più di quanto aver da bambina rubato all’Upim le pecorelle e il pastorello da mettere nel presepe fa di me una delinquente.
Quando a testimoniare è Kant la cosa si fa seria, non gli si chiede neppure di giurare sulla Bibbia. Lui dice: «Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me», e se ne va, senza neppure guardarmi.
Mi viene in aiuto Céline, sdrammatizzando, «L’amore è l’infinito abbassato all’altezza dei barboncini» dice.
Nel tentativo di trovare un’accettabile via di mezzo, ipotizzo che il tradimento senza inganno non esista, che il tradimento sta nell’ipocrisia, nella menzogna generata dall’indisponibilità del partner ad accettare la verità, dalla sua gelosia.
La gelosia però, quel voglio che tu sia mio e di nessun altro, non fa necessariamente parte dell’amore, e non è ineliminabile. Generata dalla sessuofobia delle religioni e dall’ideale egoista-borghese di trasmettere con certezza il patrimonio ai propri eredi (che hanno reso inaccettabile qualunque tipo di cessione della propria donna), ha trovato legittimazione nel matrimonio cattolico-borghese, che i due ideali sposa.
Consigliere numero uno di Mitterrand, continua ad analizzare problematiche e soluzioni economico-sociali per interi continenti, chiamo per ultimo Jacques Attalì, perché ritengo possa avallare il mio pensiero: se quest’uomo non può essere solo mio, potrebbe almeno essere anche mio: cercando di tendere verso una sana possessività (voglio averti, ma non pretendo l’esclusività.).
Attalì parla una buona mezzora, ma il succo del discorso è che «Oggi, in Occidente, viviamo i prodromi di una società futura destinata a superare il modello monogamico dei rapporti amorosi a favore di altre variegate forme di relazione. Nei tempi a venire la monogamia sarà archiviata come il retaggio di un lontano passato in cui si cercò di istituzionalizzare l’istinto sessuale dell’essere umano per costituire un tipo di organizzazione della società in cui le istanze religiose ed economico-sociali fossero pienamente soddisfatte».
Ai navigatori l’ardua sentenza.

Ilenia Suma

L’ozio ci salverà?

Ingredienti: cipolla ecc. Tritare amalgamare ecc (spesso a fuoco lento, invero). Infine i tempi di realizzazione. Ok. Che ci sia il tempo di cottura, a fine ricetta, è cosa giusta e normale. Ma i tempi di lettura, sopra un articolo, che significano? Eppure li ho visti bene indicati, su ogni pezzo, in una rivista femminile, il che mi fa sospettare che sia una consuetudine. Dieci minuti di lettura! Cinque minuti! Il temporizzatore è con noi. In noi. L’ossessione del tempo (cioè di perderlo) diventa scientifica. Vuoi impiegare sette minuti per leggere qualcosa ? Meglio questo di quello.
Il nostro tempo deve sembrarci assolutamente prezioso (e lo è) se all’improvviso ci troviamo a contarlo minuto per minuto, e a negoziarlo, prima di investirlo, persino in un piacere come quello della lettura. O semplicemente è diventato un bene così sfuggente e incalcolabile da non saperlo più governare.
Sul tema non a caso si stanno sfrenando parecchie menti, fra cui la più curiosa appare quella di Serge Latouche, che non a caso è economista e filosofo. Nel suo libro “Breve trattato di decrescita serena”, teorizza addirittura che l’ozio ci salverà, perché solo liberando il tempo dalle sue costrizioni e costruzioni contemporanee, ritroveremo il piacere della vita.
Non facciamo altro – lo dice pure Latocuhe – che occupare e lottizzare il tempo in modo produttivo e mercantile, mirato. Abbiamo professionalizzato il tempo, siamo formattati a tempo unico. Anche il nostro immaginario è colonizzato dall’economia. Come il linguaggio: vogliamo ottimizzare, risparmiare, investire e capitalizzare risorse (come di solito si fa coi soldi ).
I “decrescenti”, secondo Latouche, sono i nuovi semplici che sanno godersi la vita senza accanirsi sul tempo. La cosa singolare è che secondo lui persino la crisi si può convertire in progresso: lavorare meno per lavorare tutti. In fondo già Marx lo diceva nel 1848, e non era certo un ozioso, o un crapulone.
Tempo che non basta, tempo da contare, investire, tesaurizzare, risparmiare. Al quale , non a caso associamo verbi di estrazione bancaria. Da ragionieri del tempo. (Eppure, ricordate? Una volta si diceva “ammazzare “ il tempo, espressione peraltro stupida e brutale) Che il tempo non basti più nemmeno alle casalinghe disperate o mascherate (ce ne sono parecchie) e nemmeno agli anziani , lo sappiamo tutti. Anche perché la frase più ricorrente nel vieto formulario di cortesia spiccia, riprodotto infinitamente nella giornata, è sempre la stessa nelle sue rozze variazioni: Sempre di corsa! Ciao scusa sto correndo, non c’è mai il tempo…
Correre bruciando i tempi ci fa sentire il brivido dell’onnipotenza, Corriamo  “contro” il tempo, e non (come semmai sarebbe meglio) “dentro” il tempo. Vogliamo arrivare prima di lui, e non solo per fregarlo e fare più cose possibili nella giornata. Vogliamo anticiparlo per durare di più, per misurare il nostro fiato, la resistenza. Per non farci sorprendere quando ci tende l’agguato dell’età. Dunque spiazzarlo, impedirgli di farci invecchiare, di depositarsi sulla nostra pelle, di opacizzare il nostro sguardo, di rallentare il nostro passo, diradare i capelli.
E anche a non volerci pensare, distratti dalla nostra marcia quotidiana, sono i media e la pubblicità a tormentarci, ricordandoci in modo ossessivo che il tempo “agisce” su di te, ti alita addosso col suo fiato pesante, allenta i tessuti, atterra le tue cellule, in un progetto di deformazione progressiva del corpo che se non contrastato a dovere (con creme, integratori, interventi ecc) ci ridurrà in breve a esseri mostruosi e inetti. Cioè individui alienati, fuori dal contesto civile dell’estetica vivente, cittadini extraterritoriali, in pratica privi del permesso di Buongiorno. Indesiderabili.
Come ritrovare se stessi, dunque il proprio tempo dentro il tempo universale, senza conflitti e senza forzature? Questione di tempo. Almeno fino a domani.

Elvira Seminara

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