venerdì, 03 settembre 2010


Me ne sto seduto al Gran Bar Sicilia. Gente che viene, gente che va. Passano tutti dal Gran Bar Sicilia, e di tutto si discute… Odori d’arancio e mandorle si mescolano… Tutto può accadere nel Gran Bar Sicilia…

Sicilia, silenzio da cimitero sui palcoscenici

L’immagine della Sicilia è incorniciata con riflessi d’oro che tendono a un tardo barocco che sarebbe sembrato esagerato anche a Vanvitelli; nel bar nessuno osserva la Trinacria sotto vetro, il pubblico è più impegnato a divorare le linea architettoniche di arancini, cipolline e brioches che agonizzano in colorate granite. Mi avvicino. Osservo il fitto mosaico con i colori del folclore isolano: ogni città, ogni paese è segnalato da una specialità culinaria, da un prodotto carettistico, da strani disegni di carretti colorati, maschi con la coppola, donne con abiti ricamati… Palme, fichidindia, chiese, minareti e teatri. Nell’immagine da folclore, che banalizza allegramente la  storia, spiccano teatri di ogni epoca e tipologia. Guarda gurada… La costa Est ne è particolarmente ricca, un lungo palcoscenico che va da Siracusa a Messina, un mare di storia e qualche ricordo personale. Quello di belle serate, di concerti unici al mondo, grandi spettacoli di prosa… E poi l’oggi…

Le rappresentazioni classiche di Siracusa (attualmente in corso) sono diventate ormai degli spettacoli senza storia, messe in scena che non lasciano segni, prive ormai di una direzione artistica degna di tale nome. Si trascina ormai, l’Inda, stancamente, sempre più nel tempo svuotato di valori, sino a quando qualcuno lo definirà un Istituto inutile (e a ragione). E poi, per restare a Siracusa, è meglio non parlare del Teatro, quello che si trova in Ortigia, ormai divorato dai topi dopo decenni e decenni di attesa.

Si risale verso Catania dove un silenzio pesante come una pietra tombale ha ormai avvolto il Teatro Bellini. Del Massimo cittadino non si parla più. Finite le polemiche è tragico silenzio. Scacciato il sovrintendente non si capisce più cosa stia accadendo nel secondo teatro d’opera di Sicilia. C’è poi lo Stabile, ex Teatro tra i più stimati d’Italia, oggi privo non solamente di finanziamenti, ma soprattutto di idee. Dedito all’agonia più che alla ricerca di una identità.

E sì, perché in Sicilia non è il denaro a mancare (perché poi se ne spende comunque, e tanto, in strutture pubbliche atte al divertimento) quando quelle idee che dovrebbero caretterizzano un teatro. La prosa e la musica affondano tra mugugni, stipendi pagati in ritardo e lamentele contro la Regione che non molla il denaro. E nessuno parla dell’incapacità delle direzioni (a Catania c’è anche un Teatro antico, ma lasciamo perdere…).

Mancanza di idee anche a Taormina, soprattutto nel cartellone della prosa. Forse sarebbe il caso di capire bene chi dirige ospitate e produzioni e che bilancio gestiscono. Con un patromoni simile (dico di Taormina e del suo Teatro) non si va oltre la banalità, lo scontato. Così invece di essere attrazione turistica e culturale, Taormina diventa il luogo dove andare a passare una serata, mangiare un gelato, vedere uno spettacolo di prosa di cui non si conosce il titolo entrando e lo stesso che si vuol dimenticare uscendo. Così per la musica, così per il cinema. E che poi venga De Niro non ci smuove nulla, visto che attirare una star è un semplice movimento di denaro. Mancano le idee, la politica ha piazzato uomini, factotum e denaro. Il raccolto è mediocre. E non parliamo di presenze, perché i numeri delle presenze possono piacere ai politici che fanno passerella mentre la qualità fugge.

Nella punta Nord il viaggio si conlude a Messina. E mi chiedo: ma esiste ancora un Teatro, di lirica, di concerti e di prosa, a Messina?

Amabile viaggio, con vista, dall’aeroporto alla città

L’autobus con baldanza primaverile da cinque minuti ha lasciato l’aeroporto Vincenzo Bellini di Catania e già, allegramente, percorre la rotonda della piazza del faro così da imboccare via Tempio. Si viaggia tra nomi illustri, tra miti della musica e della letteratura. Quelli che la città di Catania onora degnamente e ricorda in Italia e all’estero.

Purtroppo, anche le felicità più perfetta e financo forse il paradiso ha una piccolissima macchia nera, una millesimale imperfezione. Quello “strabismo di Venere” che serve in realtà a rendere ancor più bello l’esistente.

L’autobus, ai piedi del Faro della città di Catania, si ferma davanti a una lunghissima fila di auto. Un serpente, è facile presagire, che ha la propria testa in pieno centro. Sono le 10 e dieci minuti. Poco male…

… E sì, pochissimo male. Perché l’autobus è comodo, tutte le persone possono prendere posto comodamente e ordinatamente, sistemare per bene i bagagli. In più: l’ambiente è perfettamente climatizzato, l’ambiente è profumato di primavera e pulito.

Che importa attendere lo scorrimento lento della coda d’auto, se possiamo godere della bella vista del Parco del Faro, che costeggiamo con deliziosa lentezza. Un fazzoletto di verde così, come dire?, alla francese:agréable. Bel verde d’erba con ricami di fiori; un parco ornato da alberi che ci consegnano l’immagine della primavera che certo loro, alberi in fiore, hanno avvertito ancor prima che, a noi comuni mortali, ci informasse il calendario. Oltre il parco, a perdita di sguardo, una strada, allegra, con altrettanti fiori ai margini. Con posteggi dentro cui ordinate auto si sono fermate per fare un delizioso picnic tra i tavoli e le sedie del nostro parco. Si percorre qualche metro e il panorama non finisce di meravigliare. Ecco il porto.

Intanto i viaggiatori sull’autobus elogiano la città di Catania, alcuni intervengono, allegri e sorridenti, sostenendo fermamente che l’accoglienza in questa ridente città dell’est siciliano è sempre così bella, quando si arriva dall’aeroporto.

Ecco il porto, dicevo. La bellezza delle panchine, la pulizia e lo sguardo  che si perde meravigliato verso il mare, fanno sussurrare a un passeggero che così, un tale waterfront lo ha visto solo a Sidney (certo, la città dell’Australia è più grande, ma nelle proporzioni…). Belle barche e alcune nuovissime in via di costruzione, depositi curati, fiori, spazi ben sistemati…

All’orizzonte si comincia a vedere piazza Borsellino. A noi argonauti si chiude il cuore all’idea della fine del viaggio. Che piazza, quella che nella nostra infanzia si chiamò Alcalà. Eccola, ci appare con il suo rispetto per l’architettura di un tempo, magnifica per l’equilibrio e il pudore delle insegne e soprattutto per quel palazzo capolavoro di equilibrio tra strada, balconi e ingressi.

Intanto una schiera di vigili sorride soffiando nel loro allegro fischietto. Un’auto frettolosa, una guidatrice che certo avrà i propri giusti motivi, taglia la strada all’autobus; l’autista lancia un sorriso all’amabile guidatrice, il vigile muove la mano, come a dire: “birichina!”, e tutto prosegue nel caldo sole della primavera.

Scendo, infelice, in piazza san Placido. Allegramente i passeggeri mi salutano, io saluto loro. Sono le 10 e 48 minuti. Che bella passeggiata.

ATTENZIONE (riprendo un gioco lanciato da Michele Serra): in questa primaverile cronaca di un viaggio in bus, dall’aeroporto al centro della città, tra tutte le cose dette, una sola notizia è vera. Scoprite quale.

Librino e la rabbia di Luciano Bruno

Parlando di cinema, mi è stato segnalato un video su Youtube: un breve monologo di Luciano Bruno. Molto bello, forte, vivo, vero. Il teatro è anche questo. E’ questo un blog: capire, spaziare, spiazzare, discutere. Questo video è un grande frammento di Sicilia. E’ Librino, un quartiere come centinaia d’altri nell’isola, come migliaia in Italia e milioni nel mondo. Non è, purtroppo, la ricchezza che unisce il mondo d’oggi (nonostante quanto affermino governanti e industriali), ma la povertà. C’è soprattutto la negligenza dei politici, l’assenza dello Stato. E l’amore di pochi volenterosi. Cerchiamo notizie su Luciano Bruno. Vedetelo: http://www.youtube.com/watch?v=t21vw8OBwu0

Sicilia, nuovo cinema baanalità!

Vidi Baarìa, a suo tempo, su un megaschermo, e non mi piacque. Nei giorni del lancio non era facile esprimere tale giudizio, perché un vero e proprio tornado mediale spingeva (imponeva) a dire che era il capolavoro. Non “un”, ma “il”. Pur sussurrare “non mi è piaciuto… forse”, era pericoloso, come esprimere un’opinione sul governo. Ed era ancor più divertente leggere le cosiddette recensioni scritte a trasiri e nesciri. Di giornalisti imbarazzati dal contrasto tra il loro pensiero e quanto erano costretti a scrivere. Grande, potente produzione. Quando poi alle nomination per gli Oscar ci hanno schifato, apriti cielo!: un’onta nazionale che poteva solo essere lavata nella disperazione degli incompresi. Come si permettono!

Tornatore ormai si sta scavando una nicchia tra gli “incompresi”, perché quando dirige sembra dire a ogni inquadratura: “Ecco il capolavoro… Guardate… Ammirate… Venerate il capolavoro”. Quindi è chiaro che se il capolavoro non piace lui diventa genio incompreso.

Ho fatto uscire il film dalla mia memoria, ma in realtà decantava. Così, devo confessare, pochi giorni addietro non ho saputo resistere all’acquisto del dvd, anzi tre: il film in italiano, in dialetto siciliano e gli extra. Poi, come l’uomo che prepara con calma il proprio suicidio, con fredda determinazione e vocazione all’autodistruzione, in una giornata ho rivisto (quasi di seguito, con la liberazione del pranzo) Baarìa, in italiano (ed è bastata una CocaCola a digerirlo); ho seguito gli extra (non ho mai sentito tante banalità) con le scene tagliate (poche!); quindi il pomeriggio – tra biscotti, tartine con marmellata della mamma e litri di tè – mi sono dedicato all’edizione in dialetto siciliano. La giusta e dolce condizione non mi ha aiutato. Per nulla.

E’ vero avevo sbagliato: non è brutto. E’ pessimo. Il mio dispiacere, ovviamente, non è da amante del cinema, quanto da siciliano. Una ennesima occasione perduta. E’ da Il Gattopardo che aspetto un film, un bel film sulla nostra isola. Baarìa è solamente una versione siciliana de la meglio gioventù (altro film mediocre), l’edizione costosa di una fiction televisiva. Il film è arrogante, falso, presuntuoso. Forse accorciandolo di circa tre ore potrebbe funzionare (tosto la scena finale della mosca). A dirla con un breve giro di parole, mi sembra più un insulto che un omaggio alla Sicilia.

Rivedo Baarìa in un dialetto che non mi sembra nemmeno siciliano. Della “lingua” dell’isola non ne ritrovo né la poesia né il suo crudo rapporto con la realtà. La sceneggiatura, i dialoghi sono di una banalità raccapricciante. Gli attori scadenti, tranne pochi cammei. Anche la musica di Morricone sembra già sentita mille volte. Non c’è clima nelle scene, in nessuna scena, non c’è commozione. Non è un film fatto con il cuore, ma con la mera macchina da presa e una spettacolarità che impoverisce storia e sentimenti. Tornatore non riesce a fare il Novecento siciliano, non possiede né la cultura né la sensibilità di Bertolucci. Purtroppo.

Così, ancora una volta, abbiamo perso l’occasione di parlare della Sicilia, di raccontarla. Avevo sperato di rivedere in Baarìa, la storia di Michele Cimino (quella che lui stesso racconta in una intervista), il “comunista soave” che in qualche modo avrà pure ispirato Tornatore. Una figura meravigliosa che ha attraversato un pezzo di storia fondamentale per la Sicilia; un personaggio elegante, colto, che ha affrontato la morte con un sorriso dolce e leggero, che meriterebbe un film. In pratica è la stessa storia di Baarìa. Sono certo che nessuno farà mai questo film. So che un tempo a Cimino, alla sua avventura, si interessarono i fratelli Taviani, ma poi non ne fecero nulla.

E la mia rabbia non si ferma, perché da tantissimi anni non vedo un bel film sulla, o dalla, Sicilia. La vedo martoriata cinematograficamente. Ma perché, mi direte, alle altre regioni va meglio? E chi se ne frega. Sono stanco della superficialità con cui è stato riletto I viceré, sono stanco di vedere affidata l’immagine dell’isola a una serie di telefilm che peggiorano sempre più come quelli di Montalbano/Camilleri; sono stanco di leggere altissimi ascolti sulle fiction dedicate a piovre e mafiosi (per carità, nessuna censura, si parli pure della mafia, ma qualcuno mi faccia un Padrino); sono stanco di sentire di fiction finanziate dalla Regione che danno della Sicilia una immagine superficiale e biecamente folcloristica. Si è capito? Sono stanco, e sono certo, con me, molti altri spettatori.

Via Etnea il salotto, buono, di Catania

Allontaniamoci dalle note stonate per fare due passi nel salotto, e qualcuno aggiunge buono, come se ci fosse quello cattivo, di Catania: via Etnea. Per motivi diversi mi ritrovo spesso a percorrere la mitica via cittadina sul tratto che va da piazza del Duomo a via Umberto. Un bel tratto, forse il cuore di questa via, che ha visto Brancati e Aniante, Martoglio e Patti… L’epoca in cui si aveva anche il tempo di sedere al bar e parlare di un nuovo nodo alla cravatta.
Riviste patinate giurano, con belle foto a doppia pagina, che il fascino antico non è tramontato. Catania “chiù sta e chù bedda addiventa”, dicono. Ovviamente nulla da eccepire sul fatto che ormai le nostre vie (ma questo accade ovunque) sembrano percorse da pazzi scatenati che sembra parlino da soli (fa sempre una certa impressione, vero?), gesticolano o urlano i loro sentimenti al telefono mobile con cui vivono in simbiosi. Ed è altresì inutile dire che via Etnea, come tutte le strade del mondo, ha perduto tutti i negozi storici per passare ai grandi magazzini delle multinazionali. Mi addolora ancora la fuga di Barbisio da via Etnea per far posto a una insegna che trovi uguale in tutte le città. Ma è così e nessuno può far nulla, mi dicono.
Sì, c’è il sole. I ragazzini mangiano arancini o un gelato. Resto a fissarli e vedo che nei confronti delle ragazzine non hanno quegli sguardi ansiosi e curiosi che avevamo noi (Anni Sessanta, voglio dire). Si ha la sensazione che quel sesso brancatiano, che in qualche modo ha bollato questa via, non esista più. Sono vestiti tutti allo stesso modo, e questo lo sappiamo, ed hanno tutti lo stesso sguardo.
E’ una via che necessita di ronde. Da quando gruppi di tre giovani in divisa vanno avanti indietro, e di tanto in tanto fermano qualcuno che assomma trsitezza e miseria, sembra che si viva più tranqulli. Così sento dire, seduto al bar o dentro quelle due librerie rimaste. Sì, perché anche le librerie sono andate al diavolo per far posto a negozi di vestiti o, se va bene, a un supermarket del libro dove le signorine non sanno nemmeno chi ha scritto I promessi sposi senza consultare il computer!
La ronda che sta per immettersi su piazza del Duomo punta delle belle ragazze straniere. Le fanciulle rispondo di buon grando all’attacco, abbasano il ponte levatoio, sparano un sorriso e aspettano l’abbordaggio. L’avvicinamento non è discreto, fatto di buongiorno e “possiamo essere utili?”. I tre si lanciano nel dare informazioni su strade e piazze (geografiche e storiche) con una miscela di francese, inglese e siciliano che farebbe impallidire Totò e Peppino che chiedono informazioni al vigeli milanese. La ronda tentenna e tracolla alla domanda: perché un elefante al centro della piazza? Il più furbetto ci prova: perché siamo vicini all’Africa! Ma c’è il sole, le ragazze accettano tuutto e nonostante il mese di fine anno, indossano canotte colorate e tessono sguardi luminosi.
Intanto assessori comunali, vigili urbani e affiliati entrano ed escono dai bar ridendo e scherzando, con quella soddisfazione che possiede solo chi ha risolto i problemi della città e con la precisione di ogni ora si può permettere di andare a prendere un bel caffé.
Risalgo e dopo piazza dell’Università esce trafelata da un negozio una ragazza con secchio d’acqua sporca che svuota al bordo del marciapiede. E’ d’uso per lei, non si guarda in giro ed certamente convinta d’aver fatto opera meritevole svuotando il secchio con gabo, cioé senza schizzi. Ho notato che in altre vie, se malauguratamente davanti al negozio c’è un alberello con un metroquadrato di terra, quello ha l’onore di beccarsi il secchio d’acqua sporca.
Auto, taxi, bus, moto, biciclette percorrono via Etnea. Non ho mai capito se è zona pedonale, quale tratto e per quanto tempo. Misteri catanesi! Ho altresì la sensazione, ma di certo sbaglio, che gli autobus catanesi siano più rumorosi di ogni altra città. Se ti passano accanto: primo non senti più il tuo interlocutore, secondo resti inquinato per un’ora, perché lasciano vere e propie nuvole di smog. Non parliamo poi se ne restano in coda indiana tre o quattro. Allora sembra di essere in un film sul disastro nucleare. Ma è il salotto della città.
Un salotto che ha un orario di apertura e di chiusura. Quella dei negozi. Ho la sensazione che sia loro il potere assoluto. Eccoli in molti, pochi minuti prima della chiusura serale, lasciare a fianco dell’ingresso, scatole e scatolone ricche di scarti e rifiuti da negozio. Qualcno nella notte ritirerà tutto, ne sono certo, ma intanto…
Intanto qualche cane pensa di rovistare tra il cartone, che ne sa il poverino che non troverà cibo, ma se gli va bene un appendino da rosicare. Mi fermo a guardarlo mentre scava con il muso. Si ferma, mi osserva con lo sguardo triste alla Rex che sembra dire: che si deve fare per campare! E poi riprende. Più giù dei ragazzi (mica tanto: tutti sui trenta!) allegri. spensierati e con la vocazione al calcio hanno deciso che è venuto il momento di prendere a calci cartoni (dei suddetti negozi) e buste per metter sù una bella partita di calcio-rifiuti in piena via Etnea. Che estro, che fantasia questi meridionali… Degni di un film di Salvatores!
A questo punto che proprio sia il caso di rientrare casa, dove non posso, non voglio, non devo avere un salotto.

Teatro Massimo, è arrivato il Commissario. Anzi due

Non credo che ci sia alcunché da dire. E’ arrivato il Commissario, anzi due. E non per una crisi economica o un dissesto finanziario (che sarebbe stato forse più onorevole), ma per la presunzione di un sovrintendente, per la litigiosità che ha innestato, per l’abbandono del sindaco, per un CdA incapace di gestire la situazione. A questo punto nessuno sa cosa accadrà, di certo il comunicato della Regione, che riporto, invita lo stesso sovrintendente a dimettersi, invitandolo ad agire come il CdA. Vedremo. Le prossime giornate saranno decisive, certo. Ho la sensazione che il sovrintendete resisterà, forse si barricherà nella sua stanza. Oppure troveranno il modo di convivere tutti, commissari e sovrintendete. In Sicilia tutto è possibile. Qui le regole sono strane, uniche… Ma! Ecco il comunicato:

TEATRO BELLINI: Giunta nomina Anna M. Cancellieri commissario

e Giovanni Bologna commissario ad acta.

PALERMO – La giunta di governo ha preso atto delle dimissioni di tutti i componenti del Consiglio di amministrazione del Teatro Massimo Bellini di Catania. Vista la situazione di tensione determinatasi nell’importante istituzione culturale catanese e lo sciopero ad oltranza proclamato dalle organizzazioni sindacali, la giunta ha nominato Commissario straordinario l’ex Prefetto di Catania Anna Maria Cancellieri. In attesa del parere della Prima Commissione dell’Ars, l’assessore ai Beni culturali, Lino Leanza ha comunicato in giunta, che nominerà commissario ad acta dell’avv. Giovanni Bologna, dirigente generale dell’assessorato al lavoro, anche in forza della sua esperienza nel settore delle relazioni sindacali.

La giunta ha espresso un vivo ringraziamento ai componenti il consiglio di amministrazione per il gesto di responsabilità compiuto ed ha auspicato che lo stesso atteggiamento sia assunto dagli altri “protagonisti” della vicenda.

Guerra a colpi di Bellini, ma la sorte è incerta

Poche parole con quell’arcana (seppur inutile) soddisfazione di ripetere: l’avevo detto! (e non ero il solo, certo). D’altra parte occorreva essere poco profeta in patria: non poteva non accadere ciò che si sta svolgendo al Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania. Una direzione “disturbata”, l’assenza di una seria linea artistica, l’incapacità gestionale, hanno portato alla ribellione. Credo che nessuno, in questo momento, sappia dire come andrà a finire. Soprattutto perché non si è rivelata la voce della Regione, che poi è la vena finanziaria del Teatro d’opera catanese. Il Palazzo dove veramente si decide.
Vedo e sento di scontri portati a “passeggiata per via Etnea”, non mi importa sapere chi potrebbe vincere. Mi sembra già ridicola l’idea. Non vorrei però che a questo punto si risvegliassero politici, che sino a oggi sono stati a guardare (o solo a parlare, che è peggio), per ergersi a guida della rivolta. Se le forze sindacali, che certo sprovvedute non sono, hanno portato l’affondo, vuol dire che i segnali c’erano tutti. Resta il fatto che è assurdo aver buttato un ente lirico all’immobilità. E le colpe sono di tutta, dico tutta la direzione del Massimo, dal presidente all’ultimo membro del CdA.
Ed altresì chiaro, a mio avviso, che il sindaco deve tornare a essere il presidente del Teatro, che occorre stabilire regole e leggi per il Consiglio d’Amministrazione (intendo sul numero dei componenti) e il direttore artistico dovrebbe rassegnare subito le dimissioni. Azzerare per ripartire. Sarei pazzo a dire che la politica se ne deve stare fuori. La politica non può e non deve stare fuori. E’ la nostra vita sociale che è fatta di politica. Spero che i politici (perché politica è una parola astratta) possano a questo punto fare scelte avvedute, serie. Chiamare esperti nel settore, e non il primo avvocato che passa sotto il palazzo, chiamare un direttore artistico con una seria formazione musicale, ma anche con una esperienza organizzativa teatrale (che non è affatto secondaria) e mettere dentro il CdA anche qualcuno che sappia quante e quali siano le note. Almeno questo. Quindi un direttore e un sovrintendente che, almeno per quattro anni, si incollino alla poltrona e lavorino a tempo pieno (senza andare a dirigere per l’Europa). Forse oggi posso sperare, di certo da catanese devo sperare, da persona che ama la musica voglio sperare.

A Catania il turista è da derubare

Non vivo in Sicilia, ma vivo la Sicilia. Ne conosco gli aspetti che non funzionano, e sono il primo a denunciarli, dal turismo (quante volte ho parlato delle tariffe dei taxi a Catania!) al Teatro Massimo di Catania, beccandomi insulti da tutti. Tutti. Qell’insieme che fa comunella perché legato da interessi privati, dalla stupidità, dalla corruzione, dall’ignoranza. E’ assente ogni tipo di controllo, Catania è allo sfascio, e questo lo sappiamo. Non esistono più regole né civiltà. A guardarla dall’esterno, a leggere alcuni giornalisti, Catania sembra la più bella città del mondo, dove tutto funziona alla perfezione. Invece è in caduta libera. C’è da dire che forse tutta l’Italia si sta catanesizzando. Purtroppo! Eppure, quando ricevo una lettera come quella che riporto appresso, mi sento ferito. Un collega del quotidiano il “Sole 24 Ore” – uno dei giornali più importanti d’Italia, pregevole anche nella cultura per un raffinato inserto domenicale – dopo aver letto un mio articolo sulla rubrica “Prime tv” de “La Sicilia”, mi ha scritto una lettera. E il fatto che l’abbia scritta dimnostra la rabbia. Una lettera d’amarezza non di cattiveria, di delusione non di disprezzo. In coda riporto anche il mio articolo che ha suscitato la reazione di Enrico Bronzo.
E non mi gratifica, non mi dà soddisfazione vedere su “Striscia la notizia” quanto e come a Venezia i turisti vengano derubati. E in malo modo. Perché una cosa accomuna i cretini, quello di pensare che gli altri siano fessi. Soprattutto i turisti.
Questa la lettera:
“Caro collega, nella tua rubrica di ieri fai dell’ironia su Fazio perché è convinto che l’Italia finisca anche prima di Roma. Anch’io lo penso così e credo che siano in tanti a pensarla così, giustamente.
Mi meraviglio che ci siano ancora turisti che vengono a Catania. Io non c’ero mai stato. Ieri prendo il taxi e il tassista mi ruba 10 euro, invece dei 40 euro imposti dalla tariffa me ne prende 50 per andare ad Aci Castello. Quando sono salito ho chiesto lumi sulla tariffa e il tassista mi ha risposto che le tariffe sono affisse in aeroporto – dove sono praticamente impossibili da vedere perché uno il taxi lo prende di corsa e il tabellone è girato verso i taxi -; gli chiedo come mai la tariffa non è disponibile a bordo e mi dice che sono troppi fogli: per rimediare al problema basterebbe mettere una foderina al sedile con una tasca per le tariffe plastificate. Quando torno all’aeroporto il secondo tassista mi dice che quel giorno – come in tanti altri giorni – altri passeggeri sono stati truffati. Che schifo, penso io: e non è un pregiudizio, è un fatto.
All’aeroporto non acquisto i soliti dolcetti e neanche ceno: perché dovrei dare soldi a persone che vedono nel consumatore un fesso da derubare. Quindi al 100% mai in vacanza in Sicilia: con 700 euro sono stato quest’anno alle Maldive servito e riverito. Cosa devo fare quando leggo che in Sicilia c’è disoccupazione: per quella legata al turismo non posso che pensare che sia ovvio che sia così. Nel salutarti, e scusarmi per averti disturbato, mi complimento per l’articolo che mi trova completamente d’accordo per quanto riguarda l’atteggiamento di Fazio, buona giornata. Enrico Bronzo”.

Questo il mio articolo apparso su “La Sicilia” nella rubrica “Prime tv”.

Il milanocentrico Fabio Fazio, convinto che l’Italia finisca (e malamente) a Roma (e fanno testo i collegamenti folcloristici da Napoli) continua la sua carrellata di domande, diciamo così: semplici, di slurpismo a orario continuato. L’altra settimana, davanti a Condoleeza Rice, si è sentito in dovere di chiarire che nel suo programma si possono fare qualsivoglia tipo di domande. E lo ha detto dopo che avevo tempestato la signora in rosso di domande del tipo: ma lei era d’accordo con la guerra in Iraq? Ma pensa che Bush abbia sbagliato?… E via continuando. Domande, come tutti possono comprendere, che hanno messo in seria difficoltà l’ex braccio destro dell’ex presidente degli Stati Uniti.
Quella di Che tempo che fa (Raitre, sabato e domenica, 20.10) è la poltrona più comoda d’Italia. Tutti possono andare e trovare le domande che più gradiscono. Salto a piè pari l’intervista a Pamuk, premio Nobel per la letteratura, tipo strano e nervoso, con una spruzzatina di arroganza, ma certo scrittore alla moda. Uomo che ha avuto, ed ha, anche dei problemi in patria. E giù a dire come sei bello, come sei bravo. Quello che più dà fastidio è quel sorriso (più mieloso della domanda stessa) accondiscendente di Fazio, quel suo far finta di cercare la battuta difficile per trovare sempre la più facile.
Ed eccolo umile e fraterno con Veltroni, il politico che ha messo a tappeto un partito (che certo si reggeva già poco sulle gambe), che ha guidato un governo (ombra)… Lui che nell’esilio dorato del parlamentare, come un console dell’antica Roma, si è messo a scrivere più di prima. Ed ecco un nuovo romanzo, Noi, ed ecco la nuova ospitata da Che tempo che fa.
Come due pastorelli da presepe, Veltroni e Fazio guardano lontano, verso la stella cometa… Intanto imperversano sulla politica da bar dello sport e sulla sociologia da chioschetto di periferia: quanto è duro vivere (e pubblicare) in questa nazione piena di corrotti, di mafia, di inquinamento, di ignoranza… E allora una domanda sorge spontanea: ma i due, in tutti questi anni, dove sono stati? Mi sfugge qualcosa! Era, uno, troppo impegnato (a far successo e denaro) in mille programmi, più o meno popolari, Festival di Sanremo compreso? E l’altro, scrittore per professione e politico per hobby, era troppo, fortemente e fermamente, impegnato nella vita di alcuni governi, di un partito, e soprattutto nella creazione di un festival del cinema? Già, erano troppo presi per occuparsi dei problemi dell’Italia.

Attenti a quei due: Vincenzo e Massimo Bellini!

Mi dispiace, non riesco ad essere un ragazzo (si fa per dire alla mia età!) del coro. I dirigenti del Massimo avranno consensi da altri, più attenti giornalisti e giornali. Per quanto mi riguarda permettetemi, in questo Paese che va perdendo a pezzi la propria democrazia, in questa città dove non esiste più una opposizione, di esprimere la mia idea (che certo farà infuriare tanti e tanti).
Innanzi tutto sono felice (si fa per dire) che il CdA – dopo gli incontri che il sovrintendente ha avuto personalmente, e soprattutto fuori dal Teatro, con i singoli consiglieri – abbia ritrovato la propria unità. Chissà quante parole e promesse! Rapidamente mi permetto ancora di dire:
1) non credo che Humburg sia un buon direttore artistico. Lo reputo un discreto direttore d’orchestra e nulla di più. Credo che non conosca il repertorio italiano e le sue assenze (per impegni in altri Teatri) permetteranno ai sempre-presenti di comandare e gestire. Quindi non potrà curare l’Orchestra. Aggiungo che, come tutti sanno, è persona molto “nervosa” nella conduzione di teatri e di orchestre. Che Dio la mandi buona a tutti. E dico questo convinto che nessuno, dico nessuno, dei nomi che vagavano nell’aria fossero adatti alla direzione del Massimo. Ma il mondo è grande! Anzi è piccolo!
2) Tutto questo è palesemente il risultato di un accordo politico. Perché è ovvio che qui l’arte, la musica, la cultura non hanno spazio né voce. Humburg è la scelta politica che permette a tutti di governare in assenza del direttore artistico. Soprattutto permette a uno solo di fare il piccolo imperatore del Massimo e in questo mi meraviglio che il CdA si sia piegato (con quali argomenti sarà stato convincente il sovrintendente?) su un nome che proprio alla direzione artistica non funziona. In questo momento al Massimo c’è la pace politica, il cimitero silenzioso dell’accordo, forse le prove generali di un equilibrio che va oggi sulla pelle della musica e domani su quella dei cittadini.
3) Colgo l’occasione per dire due parole sul festival belliniano. Gli auguro fortuna e prosperità. Penso che sia giusto farlo. Sono certo che crescerà. Ma… Ma nessuno, dico nessuno, ha ricordato che tanto tempo fa un festival belliniano esisteva ed ha fatto cose pregevoli (con il permesso del presente). Di grande valore. C’erano registi di fama internazionale, dico internazionale, come Sequi (e scusate se è poco) e tra gli ospiti d’onore la Sutherland. S’era inventato uno stile del Festival, realizzate mostre ed edizioni critiche. Lo posso raccontare perché ho vissuto quei festival (una volta i teatri catanesi erano la mia seconda casa), sino alla messa in scena dell’Adelson (in edizione critica discutibile forse, ma certo un evento). Oggi la mia vocazione alla verità mi portano fuori da tutto. E non me ne dispiace. Ho conosciuto uomini come Spiro Argiris e Mario Giusti, Pippo Meli e Francesco Busalacchi (unico sopravvissuto) e ne sono felice. Il presente è triste. Troppo triste. Almeno, così io lo vedo.
4) La città di Catania (come ho modo di scrivere spesso in questa sede) non ha più cultura, è allo sbando, un raglio continuo. I sui teatri sono alla frutta (e anche oltre), anche se un coro di servi continua a cantare lodi che arriveranno pure in cielo, ma non toccheranno mai la qualità. Vedo una città allo sbando (come molte persone scrivono e mi confermano continuamente, la nervosa Barbara in testa) e continuo a ripetere che i teatri sono solamente la punta di un iceberg. E’ Catania che affonda, senza rimedio. E quello che mi rattrista di più è che nessuno lo dice.
Ovviamente, spero di sbagliarmi.

Una granita molto urbana in piazza Del Duomo!

Seconda puntata, quasi un intermezzo… Eccomi seduto al bar ad ordinare una granita, minnulata ovviamente, purtroppo senza (per celiachia) quella brioche che sposerebbe volentieri. Guardo l’elefante (in realtà mi godo il suo lato B). Alle 9 del mattino il sole è ancora tiepido, mi lascio prendere dalle voglie del provinciale esule che ritrova la patria (manco da meno di un mese!). Che volete? Mi sembra di riscrivere l’ennesima lettera al fratello Salvatore da questa Catania che chiù sta’ e chiù bedda addiventa!
Abbandono la sindrome di Ulisse e mi guardo attorno con un sorriso tra lo stupido e il soddisfatto. Un bella e lunga e colorita fila d’auto scorre lungo piazza Duomo legando, in un unico serpente, via Vittorio Emanuele. Una fila allegra, che dimostra la propria felicità con colpi di clacson, superamento con sgommata, notizie sulle madri (ma anche delle sorelle) di alcuni guidatori… C’è anche un trenino con una allegra campanella… Un trenino che non capisci bene se è uno scherzo o una cosa serie. Così posizionato in piena piazza fa la sua bella figura, c’è da essere orgogliosi e congratularsi con chi pensa il turismo nella città. Bene!
Soprattutto è da notare che gentiluomini siano i nostri vigili, veramente urbani (direbbe Totò). Ho la sensazione che la loro discrezione sia di scuola inglese… Stanno a guardia del Palazzo degli Elefanti. Davanti a loro scorre il suddetto flusso di auto e della filosofia catanese…
Guardo soddisfatto gli Urbani Vigili e ammiro il garbo discreto che girano pudichi lo sguardo davanti a quanti passano tranquillamente davanti al Palazzo con il telefono mobile, altrimenti detto cellulare, piantato sull’orecchio, e sono in tanti e tante… C’è una signora che alla nove del mattino ha deciso di litigare con qualcuno, complice la giornata dolce e il finestrino abbassato, comunica questo suo malumore a tutti… Vuoi mettere la partecipazione?… Ho la sensazione che anche l’elefante giri il capone turbato da tale litigio. Non fa una grinza quell’urbano del vigile… Subito distratto dal signore nell’auto successiva che parlando sempre al cellulare fa un segno di saluto all’Urbano, il quale risponde con un sorriso e uno scherzoso gesto portando la mano al berretto… La cordialità meridionale: ne vogliamo parlare! Sorreggono e aiutano l’informazione e la cultura permettendo con un sorriso a un acrobatico signore di lasciare l’auto praticamente sulla via per andare a prendere (a passo lento, per carità!) il giornale nell’edicola all’angolo del Palazzo; e sono pur curiosi gli Urbani perché il traffico si blocca proprio allangolo con via Etnea: auto in doppia fila, bus e altro, e loro mostrano la loro voglia di sapere sporgendosi, osservando incuriositi… La classe non è acqua!
Qualche turista guarda peplesso il trenino che offre il tour cittadino, osserva incerto e cerca le telecamere di “scherzi a parte” (o qualcosa di simile). Non so cosa mostra il giretto, ma dopo pochi minuti vedo rientrare l’adorabile trenino e quindi penso che oltre i Quattro Canti non siano andati… E’ tutto così bello! Parigi ha un battello, Catania un trenino…
Un turista seduto al bar accanto a me chiede un cappuccino… Il cameriere è gentile, ma si comprende bene che il giorno prima faceva un altro mestiere… Parentesi: come il 90 per cento dei camerieri nei bar catanesi. Chiusa parentesi… Il turista s’immerge nella sua guida e con lo sguardo cerca riscontro di quanto va leggendo.
Il ragazzo torna con il cappuccino. Il turista chiede: “Come si chiama quella chiesa?”, indicando la cupola accanto alla cattedrale. Il ragazzo guarda l’orizzonte con occhi smarriti. Resta in silenzio… Poi ammette di non sapere. Prende i soldi e va a racimolare il resto. Mi permetto e dico: “E’ la chiesa della badìa di sant’Agata ed è dell’architetto…”. Torna il cameriere che non ha avuto nemmeno la furbizia di informasi… Depone il piattino con il resto. Il turista misericordioso gli dice: “Si tratta della chiesa della badìa di sant’Agata”. “Non è possibile! – risponde il ragazzo – La chiesa di sant’Agata è una sola ed è quella (indicando la cattedrale) quella (indicando la badia) non può essere di sant’Agata perché la santa è la patrona di Catania e ha la chiesa più grande… “. Molla il resto e lascia il turista, e me, a bocca a perta. Restiamo senza parole, l’uomo continua a leggere ed io continuo a mangiare la granita.
Una signorina, non indigena, sorride alla scena-commedia-Ionesco… Ricambio il sorriso, guardo il libro aperto sul tavolo. Lei solleva la copertina per farmi leggere il titolo: è il libro della Mazzantini. “Non lo compri, è una str… fesseria!”. “Ha vinto il Campiello”. “E che vuol dire? Il diario di mio fratello è molto più interessanta… Mio fratello va in seconda media… Lei è siciliano?”. “Catanese puro sangue”. “Mi consiglia un libro siciliano”. “ Mi prende alla sprovvista… Certo Brancati… La prima parte di Paolo il caldo, in quelle pagine c’è tutta la Sicilia e i siciliani… Dove va dopo Catania?”. “Oggi pomeriggio a Taormina”. “E allora legga subito Una casa in Sicilia di Daphne Phelps… E’ morta quattro anni fa… E’ un libro molto bello. Lasci perdere la Mazzantini, pessima attrice ed ora pessima scrittrice…”. “Ha ragione pienamente!”, mi scatta una foto per ricordo; si alza; mi alzo; mi stringe la mano. Ci sorridiamo. Graziosa, giovanissima, sola, turista alla scoperta della Sicilia… La invidio…
Una moto si ferma davanti al portone del Palazzo degli elefanti. Due ruote di bella e maschia cilindrata. In due sopra e senza casco. Il passeggero, in giacca e cravatta, scende, dà un buffetto affettuoso di saluto al giovane guidatore ed entra nel Palazzo. Il vigile fa un un cenno del capo a mo’ di saluto rispettoso. Ne deduco che si tratti di un alto impiegato, di un alto segretario o di un alto consigliere comunale.
La piazza si è animata. Il trenino continua a scampanare all’impazzata. Turisti, studenti e annoiati siedono sui gradini attorno al liotru. Dal Palazzo degli elefanti esce un folto gruppo di Urbani (cinque o sei) agguerriti e voraci, cominciano la lotta con la realtà quotidiana. Vanno in colonna, come “…le pecorelle che escon dal chiuso…” (senza offesa, è Dante!). Lo so, nuovi gladitaori, scateneranno l’inferno. Li seguo con lo sguardo… Entrano nel bar… Che tatto! Ignorare le macchine che riescono anche a tagliare piazza Duomo e quelle posteggiate proprio davanti al Palazzo… Che garbo! Lancio l’ultimo sguardo a questa bella città dedita all’arte e al turismo… Vorrei salire sul trenino per esplorare la città, ma desisto perché ho già smarrito la sindrome di Ulisse. Vado a casa. Alla prossima. Alla terza puntata.

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