domenica, 19 maggio 2013

Archivio di settembre 2011

Un alieno nella Swingin’ London

Marco Selvaggio e Salvo Dub a Londra

Hanno avvistato un Ufo nel centro di Londra. No, non abbiamo le traveggole né abbiamo bevuto qualche goccino di troppo. Chi si è trovato, qualche settimana fa, dalle parti del “93 Feet East” di Brick Lane, nel cuore della capitale inglese, ha visto aggirarsi, su quei marciapiedi, un giovin signore accompagnato al suo strano strumento musicale. Il signore in questione è un avvocato catanese che risponde al nome di Marco Selvaggio. E l’Ufo non è proprio un Ufo, ma uno strumento a percussione che si chiama “hang drum”. Ne avevamo parlato già su queste pagine e avevamo augurato a Marco tanta fortuna quanto il suo coraggio di approcciarsi a uno strumento così strano quanto sconosciuto.

Un cd “biglietto da visita” all’attivo, serate in discoteca, passo dopo passo, Marco sta costruendo la fortuna sua e di questo strumento a forma di Ufo, tanto da conquistarsi una nicchia di fan che cresce sempre di più. Fino a catapultarlo nel cuore della capitale della musica per eccellenza: Londra. Dove Marco racconta di essere arrivato “contattando via internet alcune agenzie”. Al “93” hanno suonato personaggi del calibro di Radiohead e James Blunt, ma la curiosità per Marco Selvaggio e l’hang drum era tanta. “Il ‘93’ non era pienissimo – racconta Marco – in fondo si tratta di un locale di nicchia, frequentato da chi vuole ascoltare buona musica lontano dalla folla. Ma la soddisfazione è stata quella di sentirsi dire che, per la prima volta, il pubblico si è seduto a terra, davanti al palco, per ascoltare la nostra musica con più attenzione”.

Musica d’atmosfera, difficile da etichettare, a cavallo tra new age e sperimentazione. La magia dell’hang drum, per l’occasione, si è unita alla genialità del polistrumentista Salvo Dub (apprezzato, tra l’altro, per la sua attività all’interno dei Babil On Suite) e alle eleganti melodie del violino di Giulia Milioto.

Marco Selvaggio con la violinista Giulia Milioto

“In alcuni momenti – racconta ancora Marco – abbiamo creato atmosfere molto particolari. Come quando il mio hang drum produceva suoni che venivano distorti e prolungati all’infinito su un tappeto sonoro che riproduceva la pioggia”.

Un concerto praticamente inedito, con nuove sperimentazioni, che Marco Selvaggio non ha deciso ancora se riproporre o no. Almeno qui. “Non credo che il pubblico di casa nostra sia già pronto per assistere a un concerto di questo tipo”. Lo dice senza superbia anche se questa dichiarazione potrebbe fare storcere il naso a qualcuno. E’ invece in linea con il “profilo basso” mantenuto da questo geniaccio delle percussioni. “Forse questi suoni sono piacevoli all’inizio, ma a lungo andare potrebbero annoiare. Non vorrei bruciarmi”. Ma continua a sperimentare, promettendo che tornerà a esibirsi a Londra, dove gli hanno proposto altre serate e “forse anche a Zurigo”. Nella speranza che, intanto, questo strumento prenda ancor più piede. “E’ vero, è poco conosciuto. Qualcuno ha scritto che in tutto il mondo ce ne sono soltanto 1.400 ma è un’informazione sbagliata. Credo che ce ne siano tra i 7 e gli 8 mila”. E una mano a far sì che questo strumento si abbini con maggiore frequenza ad altri suoni, la sta dando in particolar modo l’artista islandese Bjork che, per il nuovo cd “Biophilia”, ha voluto al suo fianco il più grande suonatore di hang drum al mondo: Manu Delago. “Speriamo – dice Marco – che sia davvero l’occasione per fare conoscere a molta più gente questo strumento”. E che l’Ufo torni a volare alto.

Negramaro, omaggio al Genio (che non c’è più)

Io che sto parlando, per questo non sono io…”.

Se in tanto avessero appreso la “lezione” di Carmelo Bene, vivremmo in un mondo migliore o, forse, meno ipocrita. Perché C.B. è stato Maestro (ci sia concessa la maiuscola) dell’essere scomodo, anarchico (nel senso individualista che fu di Juin), politicamente scorretto se scorretto significa sbattere in faccia agli altri le verità che nessuno vorrebbe sentirsi dire.

Non ci saranno mai abbastanza parole nel linguaggio umano per definire C.B. Ci restano i suoi (anti)capolavori, da “Pinocchio” a “Lorenzaccio”, dall’”Hamlet Suite” alle sue ultime apparizioni nei salotti televisivi a sbeffeggiare critici-saponetta e sedicenti colleghi. Ci resta, soprattutto, la geniale, secca descrizione che, di C.B. ci diede un di lui amico e collaboratore, Jean-Paul Manganaro, seduti in un notte di pioggia al desco di un comune amico parigino: “Carmelo non è, non vuole essere”. Ecco perché la sua figura sarà per sempre ingombrante, con chi si avvicina al palcoscenico, che sia teatro o cinema poco importa, ma anche con chi vorrebbe davvero capire qualcosa (non tutto, per carità) di questo multicolore circo chiamato vita.

E scusateci se ci siamo dilungati sulla figura di Carmelo Bene, ma il suo ricordo, soprattutto la sua vice, sono ben vive dentro di noi. E non possiamo che accogliere con grande piacere l’omaggio di un salentino a un proprio conterraneo. L’omaggio dei Negramaro di Giuliano Sangiorgi all’inquieta lucidità di un genio-e-sregolatezza che, se non ci fosse stato strappato dalla morte avrebbe avuto ancora tanto da dire e da dirci. Invece no, la morte-puttana non lo ha risparmiato anzi, lo ha punito, lui che si è sempre definito un “non nato”. Adesso, per il fautore del Teatro senza spettacolo, c’è anche una canzone che dice così: “Io non lascio traccia come pioggia sulla neve, quando cado mi confondo con quello che già c’è, si scioglie la mia faccia nel fango dei ricordi, quando vivo mi confondi con quello che già c’è, sono invisibile”.

E’ “Io non lascio traccia”, nuovo singolo tratto da “Casa 69” (Sugar). Un inno al depensamento beniano e alla destrutturazione del linguaggio che ci rende schiavi delle convenzioni, dei luoghi comuni e delle parole istituzionalizzate. Che ci rende tutt’altro che soggetti attivi del nostro tempo. E che invitano a spogliarsi delle sovrastrutture, dei filtri e delle mediazioni di ogni tipo, fino a penetrare l’essenza più profonda delle cose. A guardarsi dentro per poter guardare in faccia gli altri.

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