Archivio di marzo 2011
Simona dirotta sul jazz…
Ha la musica nell’anima e i Dirotta su Cuba nel cuore. E’ Simona Bencini, una delle voci più appassionate e appassionanti del panorama musicale italiano dove si è imposta con carattere fin dagli esordi. Una carriera che, in un battibaleno, l’ha proiettata nell’olimpo dei grandi. “Il successo ottenuto con i Dirotta su Cuba è qualcosa di indescrivibile” racconta non senza un groppo in gola quando le chiediamo se la “reunion” di un paio di anni fa possa essere il preludio ad un nuovo viaggio attraverso il funky-soul della band di Rossano Gentili e Stefano De Donato. “Ci siamo fermati per una decina di anni dopo avere costruito un successo davvero inaspettato. Poi, per vari motivi, le nostre strade si sono divise. La reunion è stata un’occasione per rivederci, salire su un palco e capire se c’erano gli estremi per potere tornare a collaborare insieme. Alla fine, con serenità, abbiamo pensato di dare la precedenza ai nostri progetti solisti. Ma chissà, un giorno forse…”. Insomma, Simona lascia un barlume di speranza ai tanti fan “traditi” dalla brusca frenata dei Dirotta su Cuba.
Nel frattempo, però, Simona non ha perso il “vizietto” della musica. Anzi. “Ho quasi ricominciato da zero. A volte sentivo che mi mancava qualcosa, quell’adrenalina da palco, le prove, le registrazioni”. E così, ripescando nel baule delle esperienze, Simona ha deciso di tirare fuori quanto di meglio potesse avere dentro. Ha cominciato a scrivere i testi di “Spreading Love”, raffinato album realizzato per Groove Master (distr. Egea), sui quali l’L.M.G. Quartet (Mario Rosini, Mimmo Campanale, Giuseppe Bassi e Gaetano Partiplio) ha ricamato un raffinatissimo abito jazz. “Mario mi conosce da tempo ed è stato davvero bravo a capire le mie potenzialità. Conosce la mia voce e ha adattato lo stile del quartetto, anche se in certi casi non manca anche qualche ‘azzardo’”. Il risultato è un cd di ottima fattura, dieci brani, cinque dei quali firmati dalla coppia Bencini-Rosini, che compongono l’osatura sul quale si sviluppa una sorta di omaggio ai grandi nomi del jazz, dal Duke Ellington di “Solitude” e “I’m just lucky so-and-so”, al Gershwin di “”The man I love”. “In realtà – confessa Simona – doveva essere un album di cover, un omaggio a Duke Ellington, ma poi ho cominciato a scrivere ed è venuto fuori un cd più personale”. Prova superata a pieni voti, anche se resta alto il rischio di scontentare i “vecchi” fan. “Mi auguro di no. Certo, cambiare direzione è sempre un pericolo, ma non si può rimanere impantanati in un cliché. La vita è fatta di prove, di esperienze, e dopo tanti anni sentivo la necessità di cambiare, di crescere”.
Anni in cui Simona è anche diventata mamma di Sofia Jasmine alla quale è dedicata “Geraldine”. “Sì, ma a lei piace ‘Capoeira’. La nascita di Sofia Jasmine mi ha dato una mano a uscire da quella crisi che stavo attraversando quando si è conclusa l’esperienza con i Dirotta. Ho approfittato per fare la mamma. Quando ho ricominciato a cantare, mi è capitato spesso, ovviamente, di dover stare via per un po’ di tempo. Una volta, mia figlia, mi ha detto: mamma, tu stai troppo tempo fuori, devi stare di più a casa!”. Un bel dilemma che Simona ha risolto portando con sé Sofia Jasmine quando possibile. “La seguo tantissimo, adesso va all’asilo, a volte rimane con la baby sitter o col papà. Insomma, non è poi così difficile conciliare maternità e lavoro, basta un po’ di organizzazione”. 
Ex “Matta in Trasferta” (la band femminile di cui faceva parte anche Irene Grandi), di recente Simona ha calcato i palcoscenici teatrali nei panni di Maria Maddalena con il musical “Jesus Christ Superstar”, al fianco di un siciliano doc: Mario Venuti. “Conoscevo già Mario, ma lavorare con lui è stata un’esperienza bellissima. E’ un artista molto sensibile, a volte timido, e musicalmente mi piace tantissimo. Non ti nascondo che gli ho anche detto che mi piacerebbe collaborare con lui…”.
Kraftwerk, da Hiroshima a Fukushima in tempi di Radioattività
Abito grigio-nero, capelli cortissimi e sguardi algidi.
Sono i Kraftwerk (i tedeschi Ralph Hütter, Florian Schneider, Wolfgang
Flür e Karl Bartos) che, nel 1975, pubblicano Radio-Activity. Si tratta
di un disco entrato a fare parte della storia della musica per avere segnato
indelebilmente la nascita di un nuovo stile, quello che viene definito
pop (o rock) elettronico e che si diffonderà grazie a band come Tangerine
Dream, Art of Noise e a personaggi del calibro di Harold Budd, Brian Eno,Vangelis
e Jean-Michelle Jarre.
Ma saranno loro, i precursori del kraut-rock, a
rendere questo genere più “popolare”. E, appunto, con Radio-Activity s’inaugura
un filone le cui influenze arriveranno fino ai nostri giorni.
Ma un brano
come Radio-Activity è più che mai attuale proprio in questi giorni. L’incidente
alla centrale nucleare di Fukushima, con l’intrecciarsi di terremoto e
tsunami inGiappone, ha fatto tornare in testa, a molti appassionati di
musica, quel ritornello tanto accattivante quanto profetico. “Radio Activity
is in the air for you and me…”.
La radioattività è nell’aria per me
e per te e, potremmo aggiungere, con estremo dispiacere, anche nell’acqua
che sgorga in questi giorni dai rubinetti di Tokyo.
Ma questo ricordo
è anche lo spunto per raccontare come, giocando fin dagli esordi, sul filo
dei doppi sensi, i Kraftwerk siano sempre riusciti a “riciclarsi” con grande
maestria e a tenere desta l’attenzione dei fan e, soprattutto, dei media;
dal look spesso definito eccessivamente “rigoroso” e, causa le loro origini,
un po’ troppo “nazista” (ipotesi sempre perentoriamente smentita), fino
a un’ipotetica “apologia dell’energia nucleare”, come ben racconta Gabriele
Lunati nel suo “Kraftwerk Il suono dell’uomo macchina (una forma ben organizzata
d’anarchia)”.
Quel mantra “recitato” nel testo (alternativamente in tedesco
o in inglese), è stato spesso scambiato per un messaggio pro-nucleare.
Né, d’altro canto, l’intero ellepì, sia nella confezione che nel contenuto,
aiuta l’ascoltatore a decifrare certi messaggi (da “Ohm sweet Ohm” passando
per “Geiger Counter”). Per non parlare della trovata di farsi fotografare
davanti a una centrale nucleare. “Molti giornalisti – scrive Lunati – affermavano
che i quattro volessero solo prendersi gioco della gente. Di certo alcuni
loro atteggiamenti non aiutarono a interpretare correttamente la denuncia
mascherata con l’umorismo che si celava dietro al mantra di Radioactivity.
durante la promozione del disco la band si fece addirittura fotografare
davanti a un reattore nucleare in Olanda, vestiti con tute protettive,
guanti e caschi… Con il risultato, con il senno di poi, che corsero solo
il rischio di essere semplicemente accusati di apologia dell’energia nucleare…”. 
Massimo Altomare, “Outing” musicale
N
e parla come “una sfida a se stesso”, ma “Outing” (Wing/EdelItalia), il nuovo cd di Massimo Altomare, è il guanto che laltra metà dello storico duo Loy&Altomare, lancia al mercato musicale dei nostri giorni. L’artista sarà ospite di “Parla con me” su Raitre, nella puntata di giovedì 10 marzo.
Un titolo “coraggioso” per un disco altrettanto “coraggioso”. Cosa vuol dire “Outing”?
“Outing, letteralmente significa buttar fuori, nel senso di comunicare, attraverso le canzoni, le cose che mi porto dentro, dopo tanti anni che non lo facevo”.
Un omaggio a Mina (“Ehi, Mina”), la rilettura di un FrancescoGuccini dannata (“E dallamore che nasce luomo”), e quel senso dei bei tempi che torna in “Baby Boomer”.
Massimo Altomare non dimentica il passato ma non si lascia andare ad anacronistiche nostalgie. Semmai rilegge quello che è stato con la saggezza che contraddistingue da sempre e che traspare dalle sue canzoni, e con la giusta dose di autoironia.
Quanto ha influito e in che modo, nella sua musica, lesperienza al fianco dei ragazzi detenuti nelle carceri di Firenze e di Prato?
“Le loro storie, il loro mondo – confessa Massimo Altomare – sono senza dubbio entrati nel mio immaginario.
In particolare, la traccia Re di vie agitate è dedicata a loro”.
Gli anni Settanta, i concerti, gli incidenti (da Lou Reed ai Led Zeppelin).
Una volta, in Italia, era più difficile conoscere e ascoltare le “star” dal vivo e scoprire i nuovi movimenti (non cera Internet, il tam tam era fatto di qualche fanzine e del passaparola con quegli amici che avevano la fortuna di frequentare la swingin London). Pensa che la situazione sia cambiata in meglio o in peggio? E perché?
“Per quello che riguarda il conoscere e lascoltare, la tecnologia ci ha fatto fare dei miglioramenti straordinari. Di meglio negli anni Settanta cera latteggiamento con cui si seguiva la musica, assolutamente meno passivo e consumistico di quello di oggi”.
Cosa rappresenta per Massimo Altomare, Clara Calamai alla quale dedica la bellissima “Clara”?
“Lessere grande diva ai tempi in cui questo significava avere classe, fascino, eleganza, il tutto avvolto in unabbondante dose di mistero”.
Tra i giovani cè una continua riscoperta del passato. E fame di “cultura” o mancanza di spunti e di stimoli dagli avvenimenti che segnano lattualità?
“Andrebbe chiesto a loro… Non credo che manchino spunti dattualità.
Forse il carisma di molti artisti del passato, più o meno recente, si fa ancora sentire”.



