lunedì, 20 maggio 2013

Archivio di novembre 2010

Mario Monicelli, eternamente giovane

E’ morto un grande. E come quando scompare un simbolo di un’Italia che non c’è più, sia essa l’Italia della politica, dello sport, dello spettacolo, ci si spertica in omaggi, paroloni, “io c’ero”, “mi ricordo, sì mi ricordo ancora…” e bla, bla, bla. Noi vogliamo ricordare Mario Monicelli semplicemente riproponendovi la recensione della colonna sonora del film “Le rose del deserto”, senza cambiare una parola, così come uscì proprio in questa rubrica. E aggiungere soltanto il nostro “ciao Maestro”…

“Il dubbio, più che amletico, sovviene ogni qualvolta ci ritroviamo ad ascoltare una colonna sonora. Può, l’accompagnamento musicale di un film vivere di luce propria oltre la pellicola stessa?

Almeno nel caso del soundtrack de “Le rose del deserto”, la risposta è semplice. Non solo la musica fornisce un valore aggiunto al film, ma è capace di superarlo. E l’invito è quello di comprare questo cd a scatola chiusa. La colpa di tutto ciò è dello stesso regista, Mario Monicelli che, ancora una volta, dimostra di essere non solo uno dei direttori più attenti alla scena musicale italiana, ma il più giovane e coraggioso.

L’operazione ricorda da lontano il Gabriele Salvatores alle prese con 99 Posse. E l’eterna fuga. Dal mondo, dal tempo, dal buio.

Ma non siamo qui per parlare di cinema. O, meglio ancora, siamo qui per parlare di quel cinema tanto vicino alla musica (e viceversa), teorizzato da gente come Vittorini, Borgese, Pirandello.

Paolo Dossena e Mino Freda si sono presi la briga di assecondare i capricci di Monicelli e di andare oltre. Tra i dodici brani de “Le rose del deserto”, trovano spazio gli Almamegretta di “Pè dint’ ‘e viche addo’ nun trase ‘o mare” e le atmosfere sognanti del brano omonimo firmato dalla coppia Freda-Dossena. Il “Mari niuro” di Mario Crespi (Agricantus), per poi fare un tuffo nel Dario Fo di “Ho visto un re” (l’interpretazione è quella classica di Enzo Jannacci).

Una citazione particolare meritano, invece, I Tarantolati di Tricarico, presenti con “Uno: Monte La Lune”, “Kate Katàsce” e “Munakèlle”. E’ un invito, questo, ad apprezzarli e ad ascoltare anche il loro nuovo cd “U squatasce” (Cni) dove vive e brilla la tradizione della cultura musicale contadino-pastorale lucana.

Tra roots e loop, insomma, il film passa quasi in secondo piano. Le immagini si costruiscono (o ricostruiscono) lentamente, nota dopo nota, nella nostra immaginazione.”

http://www.youtube.com/watch?v=jhoYVCrRLvE

Mara, Vittoria e il no alla violenza

Permettetemi di iniziare con una constatazione, la stessa che dà il titolo all’ambizioso e
profondo lavoro di Vittoria Siggillino: “Quanto costa essere donna”. Una constatazione, a
volte un interrogativo, che ogni donna si è posta almeno una volta nella vita, e che racchiude
in se un oceano di verità, molte, voglio sottolinearlo, assolutamente positive. Per onestà
intellettuale devo ammettere di non apparire imparziale, nella mia doppia veste di Ministro
per le Pari Opportunità, e ancor prima di donna. Ma sono sotto gli occhi di tutte le piccole e
grandi conquiste quotidiane al femminile. Conquiste che vedono le donne, oggi, non solo
protagoniste del lavoro e della società, ma interpreti convinte di quel nuovo ruolo di mogli,
madri, donne, con cui ogni giorno affrontano la vita. Un ruolo da protagoniste che ha
ribaltato e rifiutato la semplicistica immagine della donna intesa solo come angelo focolare,
o della donna concepita come proprietà privata dell’uomo. Un ruolo poliedrico e complesso,
quello della donna ai giorni nostri, che con le sue mille sfaccettature ha scardinato le
convinzioni arcaiche e primordiali dell’uomo padrone. Quest’ultimo, allora, quando si vede
destituito del suo ruolo, reagisce con gli insulti, con la violenza, che da psicologica diviene
fisica, perché possedere “l’oggetto” è l’unica modo che conosce per non sentire minacciato
l’orgoglio, per ristabilire la sua supremazia. Vittoria Siggillino, tra i molti, ha un merito:
l’aver cantato la sofferenza che prova una vittima di violenza, o di tentata violenza, per
denunciare alla società quello che troppo spesso viene sottaciuto. Attraverso le note, questa
denuncia, questa consapevolezza, arriva a molti, si diffonde tra noi, ci educa, affinché
nessuna forma di violenza contro le donne sia tollerata: perché vedete – mi preme
sottolinearlo – non è importante come si abusa di una donna, perché non si possono stilare
classifiche tra le varie tipologie di violenza, non esiste una hit – parade degli abusi.
Un’anima violata soffre come e più di un corpo abusato : le ferite interiori si rimarginano
con più difficoltà. In “Quanto costa essere donna” ritroviamo tutto questo: l’ansia,
l’angoscia, di chi è vittima del delirio della violenza. Ritroviamo i segni che l’arroganza e la
ferocia dell’abuso lasciano nell’anima. Grazie all’ “emotional song” di Vittoria, un genere
assolutamente innovativo, le note acquistano un peso diverso. E proprio grazie all’effetto
catartico della musica, attraverso una delle arti più fini del Creato, la vittima rinasce a nuova
vita. Il canto come forma di liberazione, il canto come forma di pacifica ribellione
all’ingiustizia. A questo punto, però, anche perché il mio ruolo me lo impone, voglio
lanciare un appello a tutte le vittime di violenza: denunciate! Perché lo Stato, oggi, grazie
alle leggi più severe che abbiamo messo in campo, punisce severamente chi sfregia una
donna, ammonisce chi la perseguita e, nei casi più gravi di molestie, assicura al carcere il
persecutore. Oggi, è previsto il gratuito patrocinio per le vittime di abusi, e non sono più
concessi benefici premiali – come gli arresti domiciliari, per i violentatori. Insomma, oggi,
le vittime non sono più sole. Oggi una donna che ha subito una violenza può chiedere a gran
voce il diritto di avere giustizia. Non le sarà restituito ciò che le è stato tolto, ma chi l’ha
violata, pagherà, com’è giusto che sia. Lei, in compenso, saprà trasformare – con la forza
che contraddistingue noi donne – il pianto in canto, come Vittoria ha fatto. Anche questo
sanno fare le donne.
Mara Carfagna

Gianni Belfiore e Vittoria Siggillino

Lasciamo per una volta da parte i commenti di carattere politico, e concentriamo la nostra attenzione sul lavoro di questa brava artista, Vittoria Siggillino che, grazie all’entusiasmo di un siciliano d’adozione, Gianni Belfiore, autore delle più cantate hit di Julio Iglesias, ha avuto il coraggio di metterci la voce e la faccia per spiegare “Quanto costa essere donna”. Lei, lucana d’origine, cantante, giornalista, racconta la sua storia vera, drammatica, e lo fa oggi, il giorno in cui si celebra la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Questa è la testimonianza nostra, il nostro modo di esprimere la solidarietà a tutte le donne che hanno subito violenza, sia essa stupro, mobbing, stalking e quant’altro. Non crediamo alla Festa della donna. Crediamo soltanto a una parità che non andrebbe discussa ma che dovrebbe essere segno tangibile di una società diversa, tollerante, multirazziale, pacifica.

Legge Bacchelli per il Califfo

“A letto con le vertebre rotte” dopo
una caduta dalle scale che lo costringe a stare “fermo da
quattro mesi”. Ero sbigottito davanti alle parole pronunciate, al telefono, dal Califfo, da quel mito che, volente o nolente, ha segnato la musica d’autore italiana degli anni Settanta/Ottanta.
Franco Califano ha confermato, così, al microfono del
Tg1, di aver chiesto il sostegno della legge Bacchelli, come
anticipato dal Corriere della sera: “Non ho nulla di
intestato – ha spiegato – né la casa né qualsiasi cosa che
possa sostenermi in futuro”. I successi discografici, ha ribadito Califano, gli assicurano
“una piccola rendita. Una tomba non me la posso comprare.
Prevedo un futuro non roseo. Mi auguro solo di rimettermi in
forma e di cantare”.
Mentre parlava, mi è venuta in mente Gabriella Ferri, altro simbolo, indimenticabile, della Roma musicale e caciarona, di quell’Italia che andava in vacanza con i primi strereo8 per l’auto, quando nelle spiagge si giocava a tamburello e a calcio, quando i ghiaccioli sapevano davvero di frutta (o chissà cos’altro), quando c’erano il lemarancio e il fiordifragola, il camillino e la coppa del nonno (che non era certamente qualla di oggi). E quando alla tv in bianco e nero si cantava “c’è un cuore di panna per noi…”. Era l’Italia di Califano e di Gabriella Ferri, di Fausto Papetti e di Santo & Johnny. E lasciamo stare se il grande Califfo, colonna portante della colonna sonora di “Romanzo Criminale” prima serie (indimenticabile la scena dell’assassinio del “Terribile”, quando alla festa di matrimonio tutti cantano a squarciagola, con il Califfo, “Tutto il resto è noia”). E lasciamo perdere anche libriccini che non servono a nulla se non a racimolare qualche euro, e una patetica incursione a “Music Farm”. Califano resta un grande. Lo è stato e lo sarà sempre. E poi, come diceva qualcuno più in alto di noi, chi non ha peccato, scagli la prima pietra…

Caterina Palazzi e la sfida al Sudoku

“Sudoku Killer” è il titolo, curioso e originale, dell’esordio discografico della giovane contrabbassista romana Caterina Palazzi. Contaminazioni che partono da una forte base jazzistica, per scoprire un retrogusto rock tra riferimenti letterari, atmosfere noir e lampi di mediterraneità. Il cd esce per Zone di Musica a firma del Caterina Palazzi Quartet (con Danielle Di Majo al sax, Giacomo Ancillotto alla chitarra e Maurizio Chiavaro alla batteria).

Hai definito la tua musica “jazz suonato con spirito punk”. Puoi spiegare meglio cosa vuol dire e quali sono le tue maggiori ispirazioni?
“Dunque, il jazz mi piace molto, in particolare l’approccio improvvisativo che caratterizza questo genere musicale. Ma non e’ l’unico stile che mi piace.. ascolto anche molto rock, e di questo genere apprezzo l’idea di sound di gruppo, di spirito collettivo (a volte nel jazz c’è un atteggiamento di individualismo solistico piu’ che di formare un unico moro sonoro). Quindi quello che provo a fare, è coniugare la libertà improvvisativa propria del jazz con l’entusiasmo ritmico del rock (quindi scherzosamente anche del punk, di cui condivido l’atteggiamento ludico e grintoso). Credo che nella musica essere seri sia giusto, ma senza dimenticarsi dell’ironia e del divertimento… d’altronde suonare è la cosa piu’ bella che facciamo”.
Puoi dirci se e quali musicisti che hanno influenzato la tua formazione?
“Bill Frisell, Charles Mingus, John Zorn, Bill Evans, E.S.T., Nirvana, Pearl Jam, Jimi Hendrix, Brad Meldhau, De Andrè. Mi piace Ron Carter ma anche Flea, il bassista dei Red Hot Chilli Peppers”.

Qual è il cammino musicale – ma anche culturale – che ha portato il Caterina Palazzi Quartet alla realizzazione di un cd come “Sudoku Killer”?
“Il quartetto è nato quasi casualmente. A Roma ci sono tanti musicisti e ho cominciato con tre di loro a fare delle prove per studiare insieme. Ci siamo poi trovati bene e abbiamo deciso di continuare seriamente, dando spazio anche a pezzi originali. Io avevo cominciato a scrivere da poco, quindi all’inizio suonavamo pezzi di tutti e anche riarrangiamenti di brani di Mingus e altri. Poi piano piano la direzione si e’ spostata e anche il sound del gruppo, io ho cominciato a sentire l’esigenza di avere una situazione in cui suonare i miei pezzi e quindi l’impronta sonora si è definita.. In questi tre anni di vita del gruppo c’è stata un’ evoluzione stilistica rapida ma naturale.. siamo partiti dallo studio degli standars insieme e siamo arrivati a registrare un disco di composizioni tutte originali con un sound legato al jazz moderno e all’indie/rock, quindi molto contaminato”.

Perché Sudoku Killer?
“‘Sudoku Killer’ è una variante piu’ complicata del famoso giochino matematico giapponese ’sudoku’. Innanzi tutto l’ho chiamato così poichè sono un’appassionata di matematica (quindi i giochini di logica sono il mio pane quotidiano). Inoltre, il sudoku killer si basa su un incastro di numeri che, se collegati nel giusto modo, danno un senso allo schema del gioco. E il mio disco si basa su un incastro di storie, apparentemente scollegate, ma con un filo logico che le unisce (proprio come il sudoku)”.

Grande ispirazione viene dal cinema e dalla letteratura, da “La lettera scarlatta” passando per “La vedova nera”. In che modo si intrecciano e interagiscono con la tua musica le parole scritte e le immagini?
“I titoli dei pezzi sono strettamente collegati alla parte musicale. Non riesco a scrivere pezzi ‘astratti’ e poi scegliere separatamente un titolo da abbinarci. Le mie composizioni hanno tutte una trama, una storia che racconto sempre sul palco prima di eseguire il pezzo in questione. Per esempio il pezzo ‘Vampiri’ (il cavallo di battaglia del Caterina Palazzi Quartet) parla di una docile bambina che crede fermamente nell’esistenza dei vampiri; una notte decide di cercarli nel bosco, per scoprire se esistono davvero o se sono solo una sua fantasia, e… li trova! Alla storia corrispondono 2 momenti musicali del brano, il primo è soft e descrive la bambina, nel secondo arrivano le distorsioni rock che impersonano lo spuntare dei vampiri”.

Che contributo hanno dato alla tua preparazione musicale personaggi del calibro di Dario Lapenna, Andrea Pighi, Paolino Dalla Porta, Maurizio Giammarco, e due siciliani come Salvatore Bonafede e Giovanni Mazzarino?
“Tutti loro mi hanno dato grandi input e mi hanno fatto capire cosa vuol dire essere musicisti (il che e’ un insegnamento, a mio avviso, ben piu’ utile delle lezioni di scale e arpeggi). Con alcuni di loro ho avuto a che fare solo a brevi ma utilissimi seminari, la mia guida maggiore è stato Dario Lapenna, andavo a lezione da lui anni fa (quando suonavo ancora la chitarra, prima di passare al contrabbasso) e mi ha insegnato, tra le tante cose, l’importanza dell’essenzialità, delle pause, e il senso melodico. Spero di averle assimilate bene!”.

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