domenica, 26 maggio 2013

Archivio di giugno 2010

Gods of Metal 2010

“Chi persiste nella sua follia, un giorno sarà saggio” (Al Pacino)

Se me lo avessero detto trent’anni fa, avrei preso per pazzo chi mi diceva che il pazzo ero io. Stare appresso a un gruppo rock o, peggio, heavy metal, come i Motorhead. Fare follie per uno zoticone come Lemmy Kilmister. E poi, suvvia, ’sti cazzo di Motorhead, una band che non lascerà che dico un segno, neanche un graffio sulla storia del rock!

Se me lo avessero detto trent’anni fa, che Lemmy sarebbe finito sulle copertine patinate delle riviste più glamour, non ci avrei creduto neanch’io. Eppure è così. Avevo avuto il fiuto, le mie endorfine si scatenavano – e continuano ad agitarsi – al suono di “Overkill”, “Ace of Spades”, “Iron Horse Born to Lose”. Quel look “all black”, lo sguardo truce e perennemente imbronciato, mi accompagnano ancora oggi.

Sono passati trent’anni, ma i Motorhead rimangono la mia passione musicale. E non so se essere contento di vedere i “miei” Motorhead sulle copertine dei periodici, per poter dire a chi mi dava del pazzo che il pazzo non ero, non sono io; oppure incazzarmi per questo tardivo tentativo di rivedere certe posizioni e accomunare Lemmy Kilmister a tutte quelle rockstar che passano la loro vita, dissoluta, a parlare di sesso, droga e rock’n'roll.

L’ultima edizione del Gods of Metal, a Collegno (Torino) è stata l’ulteriore dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che i Motorhead, la creatura di Lemmy Kilmister è ancora lontana, a 35 anni dal debutto, dall’esalare l’ultimo respiro. Headline di una tre giorni tiratissima, passando da mostri sacri come i Saxon, ai ben più freschi Bullet for my Valentine, i Motorhead hanno messo sul piatto tutto il meglio di un repertorio che affonda le proprie radici nelle rinnovate versioni di brani come “Just ‘cos you got the Power”, per poi lasciarsi andare al sound più nuovo dei brani dell’ultimo cd “Motorizer” (con una trascinantissima “Rock Out”).

Il finale, così come l’ouverture affidata ad “Ironfist”, è tutta all’insegna dei più classici Motorhead d’antan: Ace ofSpades e Overkill la cui linfa vitale passa dalla ritmica possente della batteria di Mikkey Dee e dalle invenzioni sonore della chitarra di Phil Campbell.

Saranno pure invecchiati, saranno anche dinosauri del rock-n-roll, ma se la ragione sta dalla parte dei pazzi, siamo ben lieti di fare parte di questa squadra di romantici rockettari.

*Le foto, scattate al Gods of Metal 2010, sono di Massimo Marangon

Motorhead su internet

PFM, il gusto di sentirsi giovani

Geniali, imprevedibili, pirotecnici. In una parola, anzi in un acronimo, Pfm.

“Siamo ancora curiosi, la mia amica Fernanda Pivano, quando le chiedevo come facesse a mantenersi così giovane a 86 anni, mi diceva: “perché sto ancora cercando nella vita, un po’ come faceva Hemingway, il modo migliore per scrivere il romanzo più intrigante”. Se ti siedi sul successo che hai avuto, su quello ti accade intorno, finisce tutto”.

Franz Di Cioccio, batterista, voce e anima della Pfm non ha dubbi.

“Chi fa questo mestiere – aggiunge – è chiamato a cercare dentro di sé quella scintilla capace di permetterti di interpretare sempre al meglio il tempo che vive”.

Imprevedibili come quando, a ogni concerto, proponete un set diverso, una sceneggiatura che non si ripete mai…

“Nel live raccogliamo le nostre maggiori soddisfazioni. Il concerto è un evento unico, incontri gente che ti ama perché gli dai qualcosa che gli rimane non tra le mani o nelle orecchie, ma regali vibrazioni, sensazioni di felicità. Più ci divertiamo noi più si diverte la gente”.

Il pubblico, come nel calcio, rappresenta il “dodicesimo in campo”.

“Noi diciamo che il pubblico è il sesto o settimo elemento della Pfm, un’entità che ci trasmette quella vivacità che, poi, portiamo sul palco”.

A Mascalucia, in provincia di Catania, nei prossimi giorni, la Pfm porterà “La buona novella”.

“’La buona novella’  è un progetto, seppur vecchio di quarant’anni, nuovo soprattutto dal punto di vista degli arrangiamenti. Lo abbiamo registrato quando avevamo i pantaloni corti, ma non potevamo metterci le mani perché dovevamo sottostare a quello che era l’arrangiamento curato Giampiero Reverberi che, comunque, ha fatto un lavoro bellissimo. Poi, siamo cresciuti e abbiamo fatto questo lavoro con De Andrè, e su quel filo rosso abbiamo pensato che, a quarant’anni di distanza, era giusto realizzare la nostra versione. Senza cambiare testi e melodie ma dando un apporto musicale capace di allargare il senso del racconto. Una vera opera rock, una specie di viaggio, perché la musica può descrivere quelle sensazioni dove le parole non possono arrivare. E la gente rimane molto affascinata. Un’opera tanto scarna e triste nel disco quanto intrigante nel live”.

Il viaggio della Pfm parte dalla “Carrozza di Hans”, passa per “Ulisse” e approda ad Angelo D’Arrigo.

“Per fare il nostro mestiere – spiega Franco Mussida, chitarra della band più rock della scena musicale italiana – devi avere degli obiettivi che sono anche una sfida, altrimenti corri il rischio di fare come fanno tanti. A noi non piace l’idea della musica ‘usa e getta’. Il nostro tentativo è quello di fare cose che, dopo cinque, dieci anni, hai sempre il piacere di riascoltarle. Hai citato la ‘Carrozza di Hans’, che è stato il nostro primo pezzo, scritto in camioncino mentre tornavo da Torino e guidavo; poi ‘Ulisse’, che è il primo disco che abbiamo realizzato dopo dieci anni di pausa. Il primo viaggio è in camioncino, il secondo è un viaggio che indica il nostro tentativo di rivivere l’esperienza del passato immaginando di rifare un percorso molto più consapevole dall’inizio della nostra carriera ad oggi. Angelo viene con ‘Stati d’immaginazione’ che, tre anni fa, ci ha ispirato un brano dedicato a Leonardo Da Vinci. Ci siamo ritrovati a volare e, adesso, pensiamo al futuro”.

Un futuro che significa un nuovo album.

“Sì – conferma Mussida – Un album di musica classica, in cui i più grandi compositori saranno contaminati dal nostro modo di suonare, miscelati ad una sorta di popular fusion che ha dentro tanti linguaggi. E’ un’altra di quelle sfide che ci piace affrontare, nella speranza che il pubblico con ci tiri i cachi addosso”.

Un ulteriore passo alla ricerca della perfezione…

“No”. Per Patrick Djivas, bassista della band, “la perfezione, grazie a Dio, non esiste. Con ‘Stati d’immaginazione’, ci siamo semplicemente  liberati da una serie di meccanismi che ci costringevano a lavorare rigidamente. Ci siamo lasciati andare utilizzando linguaggi molto diversi, mettendoci dentro, sia a livello di gruppo che individuale, tutta l’esperienza accumalata in questi 40 anni. Ci è piaciuto talmente tanto che lo abbiamo mantenuto come modo di fare in generale, ed è quello che accade anche ne ‘La buona novella’. Abbiamo capito che questa è la cosa che ci viene meglio in questo momento. Per noi la cosa importante è stare bene e divertirti sul palco. E se ti diverti dopo 4500 concerti, vuol dire che la cosa funziona. Improvvisiamo moltissimo, e la più bella soddisfazione è sentire che la gente se ne accorge e partecipa per poi applaudirci col cuore in mano”.

L’urlo di Ozzy

Un nuovo cd, «Scream» (Epic Records), un tour mondiale che durerà 18 mesi (toccherà l’Italia il 5 luglio, Piazzola sul Brenta, e il 22 settembre, Milano), un libro, l’autobiografia «I am Ozzy» (Arcana), diventato un vero e proprio caso caso editoriale.
Ozzy Osbourne, icona del rock, irriverente voce dei Black Sabbath, universalmente riconosciuti come i «padri» dell’heavy metal, solista dalle alterne vicende, protagonista del reality televisivo che ha coinvolto – e sconvolto – tutta la famiglia, riappare, dunque, dopo tre anni di silenzio musicale. Il suo nuovo album, in uscita oggi, è il decimo in studio. Undici brani che il «madman» dell’hard rock firma di suo pugno con la collaborazione di Kevin Churko, già al fianco di Ozzy per il precedente «Black Rain». Undici brani dal ritmo tiratissimo, nei quali Ozzy Osbourne ha coinvolto il tastierista Adam Wakerman, il tastierista Blasko, il batterista Tommy Clufetos e il nuovo chitarrista Gus G.
Si parte con «Let it die», per poi passare attraverso i ritmi di «Let me hear your scream» (singolo che ha anticipato l’uscita del cd), «Soul sucker», «Crucify», «Fearless», «Latimer’s mercy» e «I love you all». Undici canzoni nel classico stile Ozzy Osbourne. Chitarre straripanti e ritmi incalzanti per un album registrato al Bunker, lo studio losangelino di proprietà dello stesso cantante.

I presupposti per fare anche di questo disco un piccolo gioiello di culto ci sono tutti. Il signore delle tenebre, non per nulla, si è conquistato, negli ultimi anni, il titolo di «Leggenda Vivente» ai Classic Rock Awards di Londra (siamo nel 2008), per poi ricevere a New York il Billboard Touring Award come «Leggenda del Live» (2009). Il precedente cd, «Black Rain» trionfa con il brano «I don’t wanna stop» con 20 settimane di permanenza al primo posto della Rock Chart di R&R, ottenendo una nomination ai Grammy nella categoria «Miglior performance Hard Rock».

E Ozzy non poteva non diventare un personaggio del videogioco «Guitar Hero: World Tour» della Activision.
Una vita sempre vissuta al di là di ogni limite, tra droghe d’ogni tipo e alcol, che soltanto la moglie Sharon è riuscita a riportare sulla retta via. Un’impresa non da poco per l’ex ragazzo di Birmingham, impiegato al mattatoio comunale, che nel 1970 si è ritrovato a diventare voce e simbolo di una band che di capitoli della storia dell’hard rock ne avrebbe scritti in abbondanza, quei Black Sabbath che, ad oggi, hanno venduto oltre 50 milioni di dischi in tutto il mondo.
A quarant’anni di distanza dal debutto, Ozzy Osbourne grida ancora «Let me hear your scream like you want it». E lìoccasione per ascoltare l’urlo dei mondo dell’hard rock, sarà la nuova tournée che mondiale che partirà il 3 luglio da Londra per fare tappa in Italia il 5 Luglio a Villa Contarini (Piazzola sul Brenta, in provincia di Padova), e il 22 settembre al Palasharp di Milano, dove i Korn apriranno il concerto. L’ennesima puntata della storia che, come recita la sua biografia «non aveva niente da perdere e che, per questo, ha conquistato tutto».
http://www.youtube.com/watch?v=Yt_Bu1r-Ovg

Parisse, musica per fare l’amore

“Feel like runnin”  è il brano con cui la cantante canadese di origini italiane Parisse (nessun grado di parentela con la colonna della nazionale azzurra di rugby) fa il suo esordio discografico. Il brano anticipa l’uscita dell’album che vedrà la luce in autunno.

“‘Feel like runnin’ – spiega la cantante – parla di voglia di libertà, voglia di vivere fino in fondo le proprie passioni ed i propri desideri. Nel testo la protagonista sente di voler sfuggire ai canoni stereotipati per correre verso il suo destino. Mi piace definirla ‘musica per fare l’amore’, un neo-soul/easy listening che risvegli nell’ascoltatore la voglia di evadere e fuggire dalla routine di tutti i giorni”.

Valentina Parisse, 25 anni, autrice e cantante oltre che modella e attrice, ha intrapreso il suo percorso musicale dieci anni fa e ciò che ora propone non è altro che il risultato di questo lungo viaggio che ha condiviso con il produttore Steve Galante (Randy Crawford, Andrea Bocelli, Gino Vannelli, Filippa Giordano).

Ha concepito, registrato e portato a termine il suo nuovo progetto solista in Canada oltre che con Steve Galante, anche con altri illustri artisti come Rick Allison (Lara Fabian, Johnny Hallyday, Chim Badi etc.), partecipando attivamente sia alla scrittura di alcuni brani che al processo produttivo.

Nei brani del suo progetto Parisse canta di un amore sensuale e dolce, una ragazza che ama esprimere i suoi sentimenti e non ha paura di dichiararli in ogni forma.
Dal punto di vista del suono il progetto si muove su sonorità vicine ai colori della Motown e al vibe del neo-soul, una carezza potente e delicata per tutte le età e le categorie, sofisticata e contemporaneamente adatta alle radio.

Come autrice, ha collaborato con Filippa Giordano (per l’album “Primadonna”, disco d’oro pubblicato anche in Giappone, in Sudamerica, e nella recente compilation “Capriccio” pubblicato in Messico da Sony/BMG).

Come attrice ha collaborato con Gabriele Muccino in occasione della realizzazione di uno spot tv di Tim.

Parisse per le sue performance ha scelto di vestire un look che interpreta la dualità tra femminile e il maschile che contraddistingue gli abiti di Stella McCartney, abbinati alle calzature di Giuseppe Zanotti

Iron Maiden, The Final Frontier

Gli Iron Maiden hanno confermato sulle pagine del loro sito internet www.ironmaiden.com la data di pubblicazione del loro nuovo atteso album di studio che sarà intitolato “The final frontier” che arriverà nei negozi di tutto il mondo il 16 agosto (il 17 agosto in Italia e Stati Uniti).

I Maiden hanno pensato anche a due altre chicche per i loro fan svelando sul sito anche la copertina del disco, creata da Melvyn Grant, e scegliendo di rendere disponibile gratuitamente in tutto il mondo una traccia dell’album intitolata “El Dorado” in formato mp3.

Domani parte da Dallas “Final Frontier World Tour”, 25 concerti nelle più importanti città statunitensi e canadesi, davanti a 350,000 fan e oltre. Successivamente il tour sbarcherà in Europa, partendo da Dublino il 30 luglio per proseguire in pochi selezionati festival e in alcuni stadi per poi terminare a Valencia in Spagna il 21 agosto, includendo anche un concerto in Transilvania. In Italia i Maiden suoneranno in un’unica data il 17 agosto a Villa Manin a Codroipo in provincia di Udine.

Bruce Dickinson spiega: “‘El Dorado’ è un’anticipazione dell’imminente album di studio. Visto che la canzone sarà inclusa nella scaletta del nostro ‘Final Frontier Tour’, abbiamo pensato che sarebbe stato giusto ringraziare tutti i nostri fan facendoli già entrare nel mood dell’album ‘The Final Frontier’ regalando loro questa canzone prima del tour e della pubblicazione dell’album”.

La band si è ritrovata assieme al loro storico produttore Kevin “Caveman” Shirley all’inizio del 2010 presso i Compass Point Studios, a Nassau nelle Bahamas, per registrare il disco e si è poi spostata a Los Angeles per terminare le registrazioni ed effettuare i missaggi finali.

Il Compass Point Studio è molto familiare alla band, lì infatti gli Iron registrarono  gli album Piece Of Mind (1983), Powerslave (1984) e Somewhere In Time (1986).

Bruce commenta a proposito dello studio di registrazione: “Ha le stesse vibrazioni ed è rimasto come era nel 1983, nulla è cambiato! Perfino la finestra rotta nell’angolo… lo stesso tappeto… tutto uguale… Davvero inquietante tutto ciò. Ma ci siamo comunque sentiti estremamente rilassati in tale ambiente familiare e ben battuto e credo che tutto questo traspaia dalle sonorità e dalle atmosfere del disco”.

A trent’anni di distanza dal loro esordio omonimo uscito nell’aprile 1980, “The Final Frontier” sarà il quindicesimo album di studio, mantenendo l’impeccabile media di un nuovo disco ogni due anni, per trent’anni di carriera e totalizzando oltre 80 milioni di copie vendute nell’arco di questo periodo.

Steve Harris, storico bassista e uno dei membri fondatori della band dichiara: “Siamo decisamente molto eccitati da questo tour. Credo che ai fan piacerà molto la nuova produzione di scena e le luci. In più presenteremo ‘El Dorado’, uno dei brani del nuovo album. I nostri fan texani saranno i primi al mondo a sentirla dal vivo e sarà interessante vedere le loro reazioni e che effetto fa sul popolo nella notte! Eddie è cambiato un pò per questo tour ma probabilmente sarà il più oltraggioso di sempre… Non posso dire troppo su di lui per non guastarvi la sorpresa ma vi garantisco che vi farà spaventare come non mai”.

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