Archivio di aprile 2010
Massimo Bubola il “Chupadero”
Dai soldati di Andrea Parodi ai tuoi briganti “di strada e di foresta”, il cammino è lungo. Possiamo raccontare, nelle tappe più importanti, il tragitto che ha portato fino a “Chupadero!”?
“Fin dall’inizio della mia carriera ho scritto storie su banditi ed eroi, che spesso sono la stessa cosa, dipende da chi alla fine vince. Ricordo Franziska, Alì Zazà, Cocis, Johnny lo Zingaro, Don Raffaè . Avevo in mente l’esperienza dei Travelling Wilburys e volevo costruire una band con cui avere in comune un progetto. Infine l’anno scorso a gennaio l’incontro con Massimiliano Larocca, Andrea Parodi e Jonathan Manson in provincia di Como e la condivisione da parte loro di questa nostalgia e la costruzione dell’avventura, con il viaggio in marzo a Santa Fe nel New Mexico, agli studi Chupadero”.
“Epopea tex-mex western in 11 episodi” che, nella loro struttura, possono essere non solo ascoltati come singole canzoni, ma vissuti come film (non è un caso il richiamo al cinema di Sergio Leone). A mio avviso potrebbe anche esserci, per i più giovani, un “invito alla lettura” e alla riscoperta di certi temi cari ai cantautori ”tradizionali”, da Bob Dylan a De Andrè.
“ Credo che oggi fare un album di ballate sulla figura del fuorilegge, sia una risposta alla costante banalizzazione della canzone che sta avvenendo vieppiù nel nostro paese ed anche in questi giorni lo si può notare. Chupadero è un album di contenuti che ci pone delle riflessioni sulla libertà, sulla democrazia e sulla legge, occupandosi di banditi di entrambe le sponde dell’oceano dal ‘700 ai giorni nostri. Non è un album moralista, né antimoralista, ma è un lavoro dedicato ad una sorta di epica che da noi abbiamo ormai smarrito, ma di cui è ricca la letteratura, la filmografia e la ballata popolare. La canzone è per tutto il resto dell’occidente, non solo evasione, ma anche cultura ed è la prima forma di letteratura. Quando Omero cantava la sua Odissea nelle corti elleniche sapeva perfettamente, essendo un narratore in musica che nessuno gli avrebbe dato retta se non avesse affrontato argomenti potenti: gli eroi, gli dei, la guerra, il sangue,il ritorno, la vendetta e gli amori infelici. Questa dialettica riguarda anche le influenze del teatro tragico greco da Euripide ad Eschilo fino a Shakespeare, a Dunas, a John Ford e a Clint Eastwood oggi”.
Un altro punto fermo del vostro lavoro è l’uso della lingua italiana. Che genere di lavoro è stato fatto e che difficoltà avete incontrato, se ce ne sono state, nell’utilizzo della nostra lingua al fianco dell’inglese su temi musicali molto vicini al rock’n'roll come nel ritornello di ”Cops & Mosquitos” e nell’alternarsi di brani come “Sante y Girardengo” e “L’angelo del Bronx”?
“Come sai bene, mi sono occupato già più di trent’anni fa di tradurre dall’inglese-americano in italiano, per esempio Avventura a Durango di Dylan, poi nell’82 ho adattato e cantato in italiano Willy DeVille, in seguito Tom Petty, Mike Scott dei Waterboys e qualcun altro che non ricordo, quindi quelle delle traduzioni e adattamento in metrica e rima, sono problematiche che ho affrontato e che conosco da tempo. L’italiano, cioè il toscano, è una lingua che ha ama le metriche lunghe ( ed infatti è molto adatta al melodramma) ed ha poche parole tronche, se togliamo le forme verbali cone futuo e passato remoto, parole troche , cioè accentate sull’ultima sillaba, che invece il rock ama, non è quindi facile adattare in metrica l’inglese all’italiano, semmai è molto più semplice il contrario. Se uno va in un museo e nota la traduzione in inglese della spiegazione di un quadro, si rende subito conto che la traduzione in inglese è molto più corta del testo in italiano. Adesso sono contento che alcune mie canzoni vengano tradotte ed adattate in inglese. Vederle al contrario è affascinante, come la traduzione di Jono Manson della mia canzone Camicie rosse inCops & Mosquitos, o la ballata Sante y Girardengo di Luigi Grechi da Il bandito ed il campione così ben resa ed arrangiata da Tom Russell”.
L’ultima domanda è legata alla mia passione per il mare. Puoi parlarmi della “Ballata di Hannah Snell” e di come hai “scoperto” la storia di questa donna-marinaio?
“Avevo letto molti anni fa un libro sulle donne corsare e mi aveva molto colpito la storia di Hannah Snell. Una ragazza che abbandonata dal marito e avendo perso un bimbo in fasce, s’era finta marinaio per abbandonare l’Inghilterra ed il suo dolore. Ebbe mille peripezie, fu scoperta e frustata quasi a morte e la morte quasi la rapì quando combatté in India per il re britannico. Finì i suoi giorni in un teatro alla periferia di Londra a raccontare la sua storia e a cantare alcune ballate che le aveva nel frattempo dedicato qualche folk-singer di allora”.

