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Il bianco e nero si addice ai Motörhead
Dimentica l’arte e tutte quelle storie. Sono solo stronzate.
L’unica cosa importante è riuscire a mandare un brivido
lungo la schiena di qualcuno
“We’re Motörhead and we play rock’n’roll”. Noi siamo i Motörhead e suoniamo rock’n’roll. Lo fanno ormai da trentasette anni, con onestà, e con un pubblico di fedelissimi che è cresciuto con loro. La band guidata da Lemmy Kilmister, originiario di Stoke On Trent, cittadina inglese di poco meno di 240mila anime, nello Staffordshire, è stata tra i precursori della New wave of British heavy metal, quando, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, si affacciava all’orizzonte un nuovo modo di essere e di fare rock. Metabolizzata la lezione di padri del calibro di Black Sabbath e Deep Purple, attraversato indenni (o quasi) l’ondata mistificatrice del punk, band come Saxon, Def Leppard, Judas Priest, ma anche gli australiani Ac/Dc e i tedeschi Scorpions, hanno fatto capire a tanti giovanissimi che l’energia esplosiva di chitarre a tutto volume e batterie dai ritmi incalzanti, ben si poteva adattare alle radici blues e rock’n’roll.
Ma torniamo ai Motörhead e alla loro musica. E andiamo oltre. La band di Lemmy Kilmister, prima bistrattata dai critici, oggi indicata da tanti musicisti come un “faro”, un’”ispirazione”, se non una vera e propria “illuminazione”, ha fatto storia anche con la propria immagine, con quel “denim and leather”, jeans e pelle, che Lemmy è riuscito a trasformare in un vero e proprio “brand”, un marchio di fabbrica, così come il celebre logo della band, lo Snaggletooth. 
Per chi volesse approfondire la storia dei Motörhead, il loro cammino, ed entrare per una volta nelle stanze segrete del backstage, ci sono tre libri recentemente pubblicati, in grado di soddisfare le curiosità più morbose.
Il primo, quello scritto da Alan Burridge, storico responsabile del fan club della band. S’intitola “Live to Win” (ed. Cleopatra), sicuramente la più completa (e precisa) biografia della band; seguito dall’edizione limitata di “The World Is Ours – Vol. 2 – Anyplace Crazy as Aniwhere Else” (Udr), che comprende un Blue Ray, un Dvd e due Cd, il tutto racchiuso in un volume confezionato da Steffan Chirazi. Sia in questo caso che per “Röadkill” (ed. Fonart), costosissima quanto valida collezione di foto di Pep Bonet, su testi dello stesso Chirazi, di Lemmy, di Slash, Brian May e Nicko McBrain, è il bianco e nero a farla da padrone. Due colori dal contrasto deciso; i colori del tutto o del niente, dello yin e dello yang, capaci di regalare ai fans tutte le suggestioni di una vita passata on the raod, sulla strada del rock’n’roll. Unica religione, motivo di vita e di morte. E, soprattutto, di divertimento.
Toni Iommi, all’inferno & ritorno

Ma torniamo a Mister “Sabba Nero” e alla sua odissea nelle sette note. E’ dura ritrovarsi a lavorare in fabbrica schiacciando lastre in metallo e, proprio l’ultimo giorno, quando ormai il sogno di diventare davvero un musicista sta per avverarsi, schiacciare insieme alla lastra di metallo anche i propri polpastrelli. Ma ecco che, proprio in quella disgraziata occasione, ha origine il suono originale e inimitabile dei Black Sabbath. E’ il seme dal quale germoglierà l’hard rock più estremista, quello che darà vita all’heavy metal. E’ la storia. Anzi, è la STORIA della musica. Let there be rock!
Bertoli 10 anni dopo. Sempre a muso duro
Se dovessero sparare al cantautore, ancora una volta, dovrebbero utilizzare due proiettili. Il primo per il cantautore in questione (Vecchioni o chi per lui). Il secondo per un’altra persona, che cantautore non è, forse non ha mai imbracciato nemmeno una chitarra acustica, ma utilizza la penna come arma di difesa contro l’inquinamento musicale, acustico e non. E allora, perché ammazzarlo? Semplice, perché senza di lui, probabilmente, di cantautori si parlerebbe un po’ meno.
Ovviamente, la nostra è soltanto una battuta. Di proiettili vaganti che vanno a colpire indistintamente artisti più o meno bravi, il fato ne ha piazzati parecchi. Non ultimo quello all’”angelo” Lucio Dalla. Mario Bonanno (è lui il paladino della musica d’autore di cui, invece, vogliamo parlavi), prolifico biografo delle sette note rigorosamente “made in Italy”, stavolta punta la propria attenzione su Pierangelo Bertoli. E lo fa pubblicando, per i tipi di Stampa Alternativa, il bel volume “Rosso è il colore dell’amore – Intorno alle canzoni di Pierangelo Bertoli”, raccolta di appunti, ricordi e testimonianze che, a dieci anni dalla morte, ripercorre il cammino, certamente difficile ma entusiasmante, di uno dei simboli del cantautorato più estremo, a volte amaro perché veritiero, altre volte ancora, sicuramente precursore dei tempi che siamo costretti a vivere.
Mario Bonanno, catanese da anni trapiantato a Modica, si avvale di “storie e ricordi” firmati da alcuni amici e colleghi dell’artista bolognese, a cominciare dal fratello Alberto, per andare avanti con Caterina Caselli, Rocco Tanica, Gianfranco Manfredi, Mimmo Cavallo e Gaetano Curreri. Ad aprire il libro, invece, una storica intervista rilasciata a Enzo Biagi, nella quale Pierangelo Bertoli racconta la sua infanzia, il rapporto con la madre, la malattia. “Credo che la maggior parte di queste difficoltà – le difficoltà che si attribuiscono agli handicappati – siano più nella testa e nella cultura degli italiani che nella realtà… nel pietismo, in questo atteggiamento di… non lo so. Credo che tutti abbiamo degli handicap nei confronti di qualcosa…”.
Canta a muso duro Pierangelo Bertoli. E lo fa anche nel dvd che impreziosisce il volume di Mario Bonanno. Quindici brani, successi che ancora oggi hanno qualcosa da raccontare, da “Eppure soffia” a “Per dirti t’amo”, da “Pescatore” a “Rosso colore”, “rubati” a un’esibizione datata 1992, con una rara intervista.
Liberi di sparare sul cantautore. Ma le sue note, le sue parole, nel caso di Bertoli, rimangono un messaggio per le nuove generazioni che hanno ancora voglia di cambiare, se non il mondo, almeno qualcosa di esso.
New Orleans, dove il jazz è come un voodoo
Un gin tonic alla House of Blues. Jelly Roll Morton e le sue “capacità amatorie” (oltre che musicali, of course). Storyville e le sue case di tolleranza. I riti voodoo sulle rive del Bayou. Il vibrato di Sidney Bechet. Le note struggenti della tromba di Louis Armstrong. “…E poi la parola magica, jambalaya…”, il piatto tradizionale della Louisiana il cui nome deriva dalla parola francese jambon, prosciutto, e ya, riso nel dialetto dell’Africa occidentale.
Il blues, l’amore, il sesso, la cucina. Gli odori e i sapori. Il fumo dei locali soffusamente illuminati e la tradizione nera. E’ questo ed altro ancora “Nola mon amour”, dove Nola sta per New Orleans, il romanzo d’esordio di Marina Nocilla (Pendragon, pp. 238, euro14,00) che, attraverso una struggente storia d’amore, racconta la “sua” New Orleans in tutti gli ingredienti essenziali, come spiega Renzo Arbore nell’introduzione, “un crogiolo di razze che ha dato vita ad una cultura assolutamente originale da cui è scaturito il jazz; una gastronomia ricca di spezie e di sapori esplosivi che sanno di Africa come anche i rituali che si sono condensati nel voodoo; il divertimento sfrenato del MardiGras; ed il Jazz Fest, unico al mondo, pellegrinaggio doveroso, almeno una volta nella vita, per un vero amante del jazz…”.
Ed ecco che, come per magia, tra le pagine di Marina Nocilla ci si ritrova proiettati nella Mecca della musica nera per eccellenza. Dove una storia d’amore sa di birra alla spina e si lascia intenerire dalle mille luci di Bourbon Street; dove il sesso sa di Red beans and rice alla maniera creola, e le bambole voodoo, vestite di iuta e cotone, portano nomi come Mama Brigitte, Mo’ Mo’ Blues, Lady Love. E Marie Laveau, la papessa, la potente sacerdotessa che visse a New Orleans nella prima metà dell’Ottocento e che celebrava i propri riti nei pressi della cattedrale di St. Louis.
L’autrice racconta tutto questo con un tono confidenziale che costringe il lettore a dare del tu a questa città ricca di storia, carica di orgoglio, capace di raddrizzarsi sulla propria schiena dopo essere stata presa a cazzotti, sfregiata, derisa da quel maledetto uragano, Katrina, che nell’agosto del 2005, trasformò il paradiso del blues in un girone infernale che nemmeno il Sommo poeta avrebbe saputo descrivere.
New Orleans, per nostra fortuna, è ancora lì, con i suoi intrecci misteriosi, la sua musica, le sue passioni. Che sono anche un po’ nostre, proprio così come le descrive “Nola mon amour”.
Gill&Co. e le occasioni perdute
Benvenuti al festival delle occasioni perdute. Gill & Co è un progetto storico che vede accanto alcuni tra i musicisti isolani più tecnicamente preparati. Parliamo di Gianluca Gilletti, voce, chitarra e anima della band catanese; Turi Di Natale, Ezio Barbagallo, Antonio Marino e Anthony Panebianco.
“Italia spaghetti” era un biglietto da visita nel quale “Gill” era riuscito a sviluppare un innato senso della parola e che, pur senza colpire eccessivamente, sembrava aver posto le fondamenta per venire fuori con quella forza che soltanto chi nutre le proprie armi (strumenti musicali, per fortuna) di fuoco e di lava, può sfoderare. E così, il nuovo album “Caro petrolio” (mai titolo fu più azzeccato, dato il momento) nasce sotto i buoni auspici di un passato glorioso e di un futuro da ricostruire mattone su mattone.
Sulla torre di controllo di questo cd ci sono “maestri” come Maurizio Nicotra (Jovanotti, Ramazzotti, Ferro) e la Arts Promotion di Mario Russo.
I suoni sono eccessivamente perfetti, puliti, e stentiamo a trovare un brano capace di rapire la nostra attenzione, di rimanerci in testa. “generazione scooterone” e “L’Erasmus a Rotterdam” sono niente male, così come “Etna Polis” che, nel suo gioco di parole del titolo e nel dialetto del testo, forse possono capire soltanto i catanesi.
Il giudizio finale è “rivedibile”. E siccome apprezziamo Gill & Co, non li bocciamo. Li aspettiamo ancora (ma non vorremmo che passasse troppo tempo) in attesa di quel salto di qualità che meritano davvero.
Ultima nota (postiva) per la bella copertina e gli splendidi ritratti firmati da Tea Falco. 
Mick Jagger, angeli e demoni del rock’n'roll
Marc Spitz (da non confondere con il mitico nuotatore statunitense Mark Spitz), è giornalista e scrittore, collaboratore di riviste come The New York Times, Vanity Fair, Rolling Stone e Maxim, ha al suo attivo numerosi libro dedicati allo showbiz e, in particolare, al mondo del rock’n’roll. E’ del 2009 la biografia sul “Duca” David Bowie, mentre precedenti sono le prove nelle quali Spitz si misura con il fenomeno punk (“We Got The Neutron Bomb: The Untold Story Of LA Punk” e “Nobody Likes You: Inside The Turbolent Life, Times And Music Of Green Day”).
L’editrice Arcana pubblica proprio in questi giorni, la biografia di uno dei personaggi più amati (e spesso odiati) e più discussi della scena rock mondiale. Semplicemente “Jagger” (pp. 255, euro 17,50). 
Si parte subito con il “problema Mick Jagger”. “Sospettoso”, “aggressivo” e “sprezzante” sono i termini più usati da chi si è trovato al cospetto di Jagger per un’intervista. Eppure, anche Ron Rosenbaum, in un articolo sul New York Observer, scriveva che “lo stile di vita esclusivo e il modo di porsi sul palco da frenetico esibizionista, troppo spesso mettono in ombra le lente, stupende ballate come ’Angie’ e ’Time Waits For No One’…”.
Mick Jagger angelo e demone, yin e yang della scena rock, genio e sregolatezza travolto e sconvolto da quella pietra rotolante che mai più nessuno di loro (parliamo della band) potrà mai scrollarsi di dosso. E pace sia per il grande e indimenticabile Brian Jones.
Marc Spitz parte da tutto questo per andare lontano, sempre più lontano, lasciando spudoratamente che l’instancabile frontman degli Stones invecchi. Ma avverte: “Jagger non è semplicemente una biografia. Piuttosto, è una ricerca e un’analisi, una meditazione e una conversazione con persone che hanno lavorato con Mick Jagger e lo conoscono bene. E’ anche una storia culturale degli ultimi cinquant’anni… concepita per sondare l’immagine, il contributo e l’influenza di Jagger sul sesso, sul potere, sulla moda e sul suo stesso mito”.
E nessuno meglio di Marc Spitz poteva raccontare e fotografare Jagger, i Rolling Stones e un’epoca che si estende dagli anni Sessanta a oggi, con gli stessi colori e gli stessi contrasti che furono di Andy Warhol, “frugando nelle sue relazioni coi compagni della band e le sue partner”, su tutte Marianne Faithfull (la “fidanzata” dei Rolling Stones), Bianca Jagger e l’ex moglie Jerry Hall, ma anche tra i “nemici” storici come il leader degli Hell’s Angels, Sonny Barger (impossibile non ricordare la tragedia di Altamont nel 1969 e la decisione dei bikers americani di “far fuori” Mick Jagger; per concludere con gli immancabili riferimenti alla recente autobiografia di Keith Richard dalla quale il “collega” esce con le ossa rotte.
Red Hot… Rabbit!

“…Vi ho mai parlato di fratel coniglietto
che si credeva perfetto perfetto
e dell’orecchio che teneva dritto
e lo zampino rotto…”.
Ma cosa c’entrano Roberto Vecchioni e “Fratel Coniglietto” con un racconto in blues? C’entrano! C’entrano eccome! Perché per parlare, anzi, per meglio dire, per “suonare” della loro musica, gli Adel’s hanno lasciato l’ambiente dall’aria appiccicosa e maleodorante di quell’osteria di fuori porta (no! Pure Guccini!!!…) dove avevano stretto un patto di sangue col diavolo d’un blues, per spostarsi, in un mezzogiorno di fuoco, in quel porto sicuro che è la home sweet home di uno di loro, Fabio “Fabulous” Cinque.
E qui, entrano in gioco la mia sfacciataggine e Fratel Coniglietto, che si credeva perfetto perfetto, ma non aveva ancora provato l’effetto della cioccolata sulla sua pelle levigata e “trattata”.
“Ciao Fabulous! Domani sei a casa?”
“Sì”
“Allora ti vengo a trovare e mi inviti a pranzo, sono con una mia amica…”.
“Che culo, ragazzo! Per domani Alma sta preparando una ricetta molto speciale… Coniglio al cioccolato…”.
“Uhm, mi sembra un’ottima idea!”.
E’ l’occasione per rivedere i miei amici Adel’s e, finalmente, ricevere dalle loro mani una copia di “Red Hot Sicily”, il loro nuovo cd. Perché l’ho ascoltato in digitale ma, si sa, noi nostalgici del caro, vecchio vinile, abbiamo bisogno di tenere qualcosa tra le mani, e se non è il classico ellepì, accontentiamoci del piccolo cd. Meglio di niente…
Angela Zwingauer, Alma per gli amici, oltre ad essere la moglie di Fabio e la mamma di una fantastica Elisa, si diletta in cucina, e spiattella un fumante quanto invitante coniglio cucinato secondo antica ricetta siciliana. Roba da leccarsi letteralmente le dita, altrimenti ditemi un po’ come mangiare, secondo bon ton, una roba del genere!
E’ una goduria, una festa di libidine, non soltanto assaggiare quel manicaretto, ma anche vedere Elisa (piccola) che si spolpa la testa di Fratel Coniglietto come un camionista affamato dopo un tour sull’Autosole, ed Elisa (la grande, conduttrice tv, ex schedina, ex meteorina, ex Melaverde e un sacco di altre belle cose a venire…) leccare i suoi delicati polpastrelli impiastricciati…
Vabbè, ma non dovevamo parlare di musica? Già, è proprio così. Fabio piazza sul giradischi un vinile degli Ac/Dc, retaggio di quella “Spaccamusica” che impazza sull’etere e che, ogni martedì sera, lui conduce su Radio Time. “Red Hot Sicily”, realizzato con gli altri due Adels, Diego Geraci e Peppe Falzone, è invece il nuovo capitolo di una storia musicale che, dal blues duro e puro ha preso di recente una decisa sterzata verso un più intransigente rockabilly. Le ballerine ubriache di fandango hanno lasciato il posto a più artistiche e raffinate “ladies” dedite al Burlesque. Un binomio, quello tra Adels e questa sensuale danza, che vive sui palcoscenici di ogni angolo d’Italia dove Fabio, Diego e Peppe suonano senza soluzione di continuità. 
Ah, ma dicevamo del cd. E’ vero. In “Red Hot Sicily” i tre Adels pestano giù duro e, finalmente, cantano anche in italiano (“Da lunedì” e “Electroshock”). Lanciano le solite promesse da marinaio (o da musicista?), provocano, stimolano movimenti schizofrenici ed elvisiani, scatenano e si scatenano (“Snap The Thumb”, “Lazy Monday”, “The Boogie Man Don’t Lie”), e dimostrano che chi la dura la vince. Perché loro, sempre loro tre, suonano insieme ormai da una ventina d’anni, hanno fatto scuola e vantano un seguito, lungo tutto lo stivale, da fare invidia a qualsiasi altra più o meno rinomata band. Il tutto, restando con i piedi per terra, faticando non poco a imporre le proprie idee. Perché nemmeno un patto di sague con quel diavolo d’un blues può cambiare le carte in tavola.
Toglietemi tutto ma non il vinile…
Qualche giorno fa, di ritorno da un concerto, con una
mia amica, decidiamo di bere una birra fresca a casa mia. Lei, cresciuta
a pane e cd, mp3, i-Pod e music share, col suo bel calice di extra strong
doppio malto in mano, dà un’occhiata distratta alla (quasi) sterminata
(e disordinata) libreria.
E’ la prima volta che viene a casa mia. Gira
gli occhi lungo le quattro pareti del salone ed esclama: “Ma non ci sono
vinili in questa casa!”. Non mi resta che scostare le bandiere che fanno
da tenda ad un minuscolo stanzino le cui pareti sono ricoperte di cd e,
finalmente, dischi in vinile, gli album, i “33 giri” della mia vita.
Lei,
cresciuta a You Tube e Torrent, lancia un urlo di gioia e, prima di tirare
fuori dallo scaffale un album jazz di Cinzia Spata, “Felini”, spiaccica
letteralmente il naso sulla fila di dischi più vicina. E odora il cartoncino
stropicciato delle copertine, le accarezza, cerca quasi di rubare l’anima
di quei pezzi di plastica “dimenticati” e impolverati dal tempo.
Il vinile,
insomma, ha sempre il suo fascino. E i suoi estimatori. Sempre di più e
sempre più giovani, come se volessero impossessarsi di qualcosa che gli
è stato levato con la forza. Quando Nick Hornby raccontava, in “Alta fedeltà”,
le storie del proprietario di un “record store”, sembrava ormai che il
disco, inteso quale oggetto rotondo, in plastica nera, fosse definitivamente
defunto.
E invece no. Parola di Graham Jones, che ripesca e “riscrive”
il suo bel libro “Il 33° giro – Gloria e resistenza dei negozi di dischi”
(Arcana, pp. 380, 19,50 euro). “Il Record Store Day – racconta – ha catturato
l’attenzione della gente e dei proprietari dei negozi, dimostrando che
ci sono ancora clienti disponibili a spendere il proprio denaro per ’sperimentare’
ciò che on-line non si può trovare”. Il “giro d’Inghilterra” che Graham
Jones compie alla ricerca dei negozi che “resistono”, non è un j’accuse
dell’industria musicale che ha ceduto (quasi) passivamente all’avvento
delle nuove tecnologie, ma il tentativo di capire come e di spiegare perché,
il download può convivere con l’acquisto dei dischi. E se sul web è facile
confrontarsi con “vicini di gusto” che stanno ascoltando la tua stessa
musica ma che si trovano all’altro capo del mondo, “i negozi indipendenti
- racconta la rockeuse Joan Jett – sono la spina dorsale della cultura
della musica registrata. Lì si stringono rapporti, si scartabellano gli
espositori, ci si innanmora di pezzi che non si conoscevano. I proprietari
e lo staff dei negozi di dischi che davvero vivono per la musica spargono
la voce sulle novità meritevoli di attenzione assai prima che vengano scoperte
dalla radio e dalla stampa, con un supporto che i media si sognano. Gli
artisti che non sostengono gli esercizi a conduzione familiare, in America
ce ne sono dappertutto, contribuiscono alla nostra estinzione”.
Dunque,
diamo il nostro contributo affinché gli ultimi «record stores» non debbano
definitivamente abbassare le saracinesche. In onore della musica o, meglio,
della MUSICA, e di chi, trent’anni fa, ci ha venduto il nostro primo picture
disk di quella band semisconosciuta…
Kraftwerk, da Hiroshima a Fukushima in tempi di Radioattività
Abito grigio-nero, capelli cortissimi e sguardi algidi.
Sono i Kraftwerk (i tedeschi Ralph Hütter, Florian Schneider, Wolfgang
Flür e Karl Bartos) che, nel 1975, pubblicano Radio-Activity. Si tratta
di un disco entrato a fare parte della storia della musica per avere segnato
indelebilmente la nascita di un nuovo stile, quello che viene definito
pop (o rock) elettronico e che si diffonderà grazie a band come Tangerine
Dream, Art of Noise e a personaggi del calibro di Harold Budd, Brian Eno,Vangelis
e Jean-Michelle Jarre.
Ma saranno loro, i precursori del kraut-rock, a
rendere questo genere più “popolare”. E, appunto, con Radio-Activity s’inaugura
un filone le cui influenze arriveranno fino ai nostri giorni.
Ma un brano
come Radio-Activity è più che mai attuale proprio in questi giorni. L’incidente
alla centrale nucleare di Fukushima, con l’intrecciarsi di terremoto e
tsunami inGiappone, ha fatto tornare in testa, a molti appassionati di
musica, quel ritornello tanto accattivante quanto profetico. “Radio Activity
is in the air for you and me…”.
La radioattività è nell’aria per me
e per te e, potremmo aggiungere, con estremo dispiacere, anche nell’acqua
che sgorga in questi giorni dai rubinetti di Tokyo.
Ma questo ricordo
è anche lo spunto per raccontare come, giocando fin dagli esordi, sul filo
dei doppi sensi, i Kraftwerk siano sempre riusciti a “riciclarsi” con grande
maestria e a tenere desta l’attenzione dei fan e, soprattutto, dei media;
dal look spesso definito eccessivamente “rigoroso” e, causa le loro origini,
un po’ troppo “nazista” (ipotesi sempre perentoriamente smentita), fino
a un’ipotetica “apologia dell’energia nucleare”, come ben racconta Gabriele
Lunati nel suo “Kraftwerk Il suono dell’uomo macchina (una forma ben organizzata
d’anarchia)”.
Quel mantra “recitato” nel testo (alternativamente in tedesco
o in inglese), è stato spesso scambiato per un messaggio pro-nucleare.
Né, d’altro canto, l’intero ellepì, sia nella confezione che nel contenuto,
aiuta l’ascoltatore a decifrare certi messaggi (da “Ohm sweet Ohm” passando
per “Geiger Counter”). Per non parlare della trovata di farsi fotografare
davanti a una centrale nucleare. “Molti giornalisti – scrive Lunati – affermavano
che i quattro volessero solo prendersi gioco della gente. Di certo alcuni
loro atteggiamenti non aiutarono a interpretare correttamente la denuncia
mascherata con l’umorismo che si celava dietro al mantra di Radioactivity.
durante la promozione del disco la band si fece addirittura fotografare
davanti a un reattore nucleare in Olanda, vestiti con tute protettive,
guanti e caschi… Con il risultato, con il senno di poi, che corsero solo
il rischio di essere semplicemente accusati di apologia dell’energia nucleare…”. 
Mario Monicelli, eternamente giovane
E’ morto un grande. E come quando scompare un simbolo di un’Italia che non c’è più, sia essa l’Italia della politica, dello sport, dello spettacolo, ci si spertica in omaggi, paroloni, “io c’ero”, “mi ricordo, sì mi ricordo ancora…” e bla, bla, bla. Noi vogliamo ricordare Mario Monicelli semplicemente riproponendovi la recensione della colonna sonora del film “Le rose del deserto”, senza cambiare una parola, così come uscì proprio in questa rubrica. E aggiungere soltanto il nostro “ciao Maestro”…
“Il dubbio, più che amletico, sovviene ogni qualvolta ci ritroviamo ad ascoltare una colonna sonora. Può, l’accompagnamento musicale di un film vivere di luce propria oltre la pellicola stessa?
Almeno nel caso del soundtrack de “Le rose del deserto”, la risposta è semplice. Non solo la musica fornisce un valore aggiunto al film, ma è capace di superarlo. E l’invito è quello di comprare questo cd a scatola chiusa. La colpa di tutto ciò è dello stesso regista, Mario Monicelli che, ancora una volta, dimostra di essere non solo uno dei direttori più attenti alla scena musicale italiana, ma il più giovane e coraggioso.
L’operazione ricorda da lontano il Gabriele Salvatores alle prese con 99 Posse. E l’eterna fuga. Dal mondo, dal tempo, dal buio.
Ma non siamo qui per parlare di cinema. O, meglio ancora, siamo qui per parlare di quel cinema tanto vicino alla musica (e viceversa), teorizzato da gente come Vittorini, Borgese, Pirandello.
Paolo Dossena e Mino Freda si sono presi la briga di assecondare i capricci di Monicelli e di andare oltre. Tra i dodici brani de “Le rose del deserto”, trovano spazio gli Almamegretta di “Pè dint’ ‘e viche addo’ nun trase ‘o mare” e le atmosfere sognanti del brano omonimo firmato dalla coppia Freda-Dossena. Il “Mari niuro” di Mario Crespi (Agricantus), per poi fare un tuffo nel Dario Fo di “Ho visto un re” (l’interpretazione è quella classica di Enzo Jannacci).
Una citazione particolare meritano, invece, I Tarantolati di Tricarico, presenti con “Uno: Monte La Lune”, “Kate Katàsce” e “Munakèlle”. E’ un invito, questo, ad apprezzarli e ad ascoltare anche il loro nuovo cd “U squatasce” (Cni) dove vive e brilla la tradizione della cultura musicale contadino-pastorale lucana.
Tra roots e loop, insomma, il film passa quasi in secondo piano. Le immagini si costruiscono (o ricostruiscono) lentamente, nota dopo nota, nella nostra immaginazione.”









