mercoledì, 22 maggio 2013

Record Store Day: E’ festa anche per noi

Librerie e negozi di dischi sono ormai una rarità. Ha ragione Giorgio Nobile, titolare di Magic Music, il negozio di dischi che, a Ragusa, aderisce al Record Store Day. Resistono lui e il collega Salvatore Salonia di Carillon, mentre a Vittoria, pochi giorni fa, ha chiuso l’unica libreria, e le poche che a Ragusa e dintorni continuano a vendere quell’oggetto misterioso chiamato libro, vengono vissute sempre più come ?archeologia sociale’.

Scusate il preambolo, ma è necessario per questa sorta di ‘autocelebrazione’ di questo blog, che proprio Record Store abbiamo voluto chiamare. Ed è per questo che, per passione più che per mestiere, sentiamo che il record Store Day ci appartenga un po’.

Ma torniamo al nostro ‘ospite d’onore’, Giorgio Nobile, che di dischi, di quelli in vinile e non soltanto, se ne intende eccome. E se gli chiedete di ricordare un giorno della sua vita senza avere avuto a che fare con la musica, vi guarda con la faccia stralunata e… no, proprio non ce la fa. Il suo, come detto, è uno dei due negozi di dischi (ma si possono ancora chiamare così?) che resistono nella sconquassata economia ragusana dove, soprattutto in centro storico, per ogni vetrina illuminata ci sono due saracinesche definitivamente abbassate dalla morsa della crisi.

Per fortuna, spiega Nobile, il vinile sta vivendo una nuova vita. “Dopo essere stato fagocitato all’inizio degli anni Ottanta dal cd e, più di recente, dalle nuove tecnologie, anche i giovanissimi stanno scoprendo il gusto di ascoltare un album, di sentire lo struscio della puntina sul vinile”. Merito, probabilmente, di genitori appassionati di musica che hanno avuto l’accortezza di conservare in cantina il caro vecchio ‘piatto’. “I ragazzi sono incuriositi da questo oggetto misterioso – spiega ancora Nobile – ma devo constatare che ci sono anche 30/35enni che non sanno cosa sia un giradischi”.

Giorgio Nobile, che di anni ne ha 63, e che il negozio lo ha aperto nel 1977, sa, invece, cosa vuol dire avere vissuto il boom del 45 giri, l’avvento degli ellepì, la morte e la resurrezione del vinile. “Il disco – dice – è come il libro. Francamente non mi piace l’idea di non poter sfogliare una copertina, leggere i testi della canzoni, guardare le foto. E’ come leggere un libro o il giornale sul tablet. Addio poesia, l’odore caratteristico della carta stampata”.

Un'opera del musicista e pittore catanese Andrea Cantieri

I “pasionari” del vinile ci sono, per fortuna, e si fanno sentire. “I collezionisti di vinile sono in tanti e sempre più esigenti”. Se poi ci metti un po’ di romanticismo, qualcuno come Salvatore Salonia di Carillon ti ricorda “quando si sfogliavano Melody Maker e Billboard e ascoltavi le novità insieme al rappresentante”.

Sembra di parlare di secoli fa. Invece sono passati soltanto pochi lustri.

Auguri leonessa!


Non ci piacciono le mimose strappate alla natura e regalate per mettersi a posto la coscienza. Vogliamo invece unirci al coro di chi ritiene che la donna vada non festeggiata un giorno all’anno ma rispettata 365 giorni su 365.

Ma approfittiamo di quest’occasione, l’8 marzo, per rivolgere un augurio particolare a una grande donna, a una grande artista che, in questo momento, è impegnata in una battaglia che riguarda lei e, putroppo, tantissime altre donne, di tutte le età. Parliamo di Anastacia. Problemi di salute l’hanno costretta ad annullare il suo nuovo tour. Tornerà in clinica per provare, per la seconda volta, a sconfiggere questo maledetto cancro al seno.

Bella, dalla voce aggressiva, Anastacia è, per noi, una delle interpreti più interessanti della canzone mondiale al femminile. La vogliamo rivedere sul palco, vogliamo sentire dalla sua voce che, ancora una volta, possa annunciare che, ad arrendersi, non è stata lei ma la malattia. Lo vogliamo per lei e per tutte le donne. Per lei, per chi ha già vinto questa battaglia contro un nemico infame e per chi non c’è riuscito. Auguri leonessa!

http://www.youtube.com/watch?v=HzfyCuPVpCY

Il bianco e nero si addice ai Motörhead

Dimentica l’arte e tutte quelle storie. Sono solo stronzate.

L’unica cosa importante è riuscire a mandare un brivido

lungo la schiena di qualcuno

“We’re Motörhead and we play rock’n’roll”. Noi siamo i Motörhead e suoniamo rock’n’roll. Lo fanno ormai da trentasette anni, con onestà, e con un pubblico di fedelissimi che è cresciuto con loro. La band guidata da Lemmy Kilmister, originiario di Stoke On Trent, cittadina inglese di poco meno di 240mila anime, nello Staffordshire, è stata tra i precursori della New wave of British heavy metal, quando, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, si affacciava all’orizzonte un nuovo modo di essere e di fare rock. Metabolizzata la lezione di padri del calibro di Black Sabbath e Deep Purple, attraversato indenni (o quasi) l’ondata mistificatrice del punk, band come Saxon, Def Leppard, Judas Priest, ma anche gli australiani Ac/Dc e i tedeschi Scorpions, hanno fatto capire a tanti giovanissimi che l’energia esplosiva di chitarre a tutto volume e batterie dai ritmi incalzanti, ben si poteva adattare alle radici blues e rock’n’roll.

Ma torniamo ai Motörhead e alla loro musica. E andiamo oltre. La band di Lemmy Kilmister, prima bistrattata dai critici, oggi indicata da tanti musicisti come un “faro”, un’”ispirazione”, se non una vera e propria “illuminazione”, ha fatto storia anche con la propria immagine, con quel “denim and leather”, jeans e pelle, che Lemmy è riuscito a trasformare in un vero e proprio “brand”, un marchio di fabbrica, così come il celebre logo della band, lo Snaggletooth.

Per chi volesse approfondire la storia dei Motörhead, il loro cammino, ed entrare per una volta nelle stanze segrete del backstage, ci sono tre libri recentemente pubblicati, in grado di soddisfare le curiosità più morbose.

Il primo, quello scritto da Alan Burridge, storico responsabile del fan club della band. S’intitola “Live to Win” (ed. Cleopatra), sicuramente la più completa (e precisa) biografia della band; seguito dall’edizione limitata di “The World Is Ours – Vol. 2 – Anyplace Crazy as Aniwhere Else” (Udr), che comprende un Blue Ray, un Dvd e due Cd, il tutto racchiuso in un volume confezionato da Steffan Chirazi. Sia in questo caso che per “Röadkill” (ed. Fonart), costosissima quanto valida collezione di foto di Pep Bonet, su testi dello stesso Chirazi, di Lemmy, di Slash, Brian May e Nicko McBrain, è il bianco e nero a farla da padrone. Due colori dal contrasto deciso; i colori del tutto o del niente, dello yin e dello yang, capaci di regalare ai fans tutte le suggestioni di una vita passata on the raod, sulla strada del rock’n’roll. Unica religione, motivo di vita e di morte. E, soprattutto, di divertimento.

La Costituzione di Shel Shapiro

Undici, il nuovo brano di Shel Shapiro, è un manifesto socio-politico-musicale, che, come preannuncia il titolo stesso, riporta i primi undici articoli della Costituzione italiana evidenziando che la Sovranità appartiene al Popolo, cioè noi. Il brano, prodotto da Pino Monteverde per The Music Essence e dallo stesso Shel Shapiro.  è accompagnato dal video diretto e firmato dal grande regista Marco Risi, e da oggi è in vendita su iTunes e su tutti i negozi digitali.

Spiega Shel Shapiro, londinese, classe 1943, un mito legato ai Rokes: “Ritengo che sia importante che venga ribadito, da uno come me, non più ragazzino, straniero, diventato Italiano,  l’importanza della Costituzione italiana in questo preciso momento, in cui sembra che il popolo non abbia più voce in capitolo. Credo che siano poche le persone della mia generazione che pensano seriamente che si possa cambiare qualcosa, forse per stanchezza, o forse per disinteresse, per cinismo, o per molti altri motivi. Eppure io sono certo che i ragazzi in questo momento abbiano un bisogno immenso di sentire che è possibile cambiare le cose e che non sono soli, che sono e saranno ascoltati”.

Che c’azzeccano i Pirandello con Buzzurro?

Per dirla à la Di Pietro, che c’azzecca la famiglia Pirandello (e più in particolare Stefano e papà Luigi) con Francesco Buzzurro? Apparentemente nulla se non fosse per quella mostra documentaria su “I Pirandello”, curata da Sarah Zappulla Muscarà ed Enzo Zappulla, inaugurata nei giorni scorsi all’ex Convento dei Gesuiti di Noto e che avevamo avuto modo di apprezzare in una recente tournée durante la quale la vita di Luigi e di Stefano Pirandello era stata portata in Sudamerica (Cile e Argentina).

Ritrovarci davanti alle tavole che mostrano le fotografie e vari documenti del percorso di vita e lettetario della famiglia Pirandello (abilmente allestite dall’architetto Elena Ciravolo), è stato un tuffo indietro a quelle giornate trascorse a registrare, da umili cronisti, l’entusiasmo degli italiani (e non solo) tanto di Buenos Aires quanto di Santiago del Cile e di Vina del Mar – così come oggi assistiamo all’appassionata e appassionante presentazione della mostra da parte del sindaco di Noto, Corrado Bonfanti – per la scrittura di uno tra i più apprezzati drammaturghi di tutti i tempi.
“Spaccato di un’intera epoca – scrive Sarah Zappulla Muscarà – la mostra getta fasci di luce su personaggi fra i più intriganti del tempo. Narrazione per immagini, rare, ignorate, profetiche, che ci restituiscono il romanzo de ‘I Pirandello’. Creature che ambiscono a restare, oltre che nella trasfigurazione della scrittura, fortemente autobiografica, di Luigi e Stefano, anche come memoria visiva rivelatrice”.

Una memoria visiva alla quale, stimolati da Enzo Zappulla, proviamo ad affiancare, nella nostra immaginazione, un’ideale colonna sonora. Ed ecco che, come per magia, salta ai nostri occhi un cd poggiato lì, tra gli altri. E’ un cd di Francesco Buzzurro, “L’esploratore”, nel quale il chitarrista lancia il suo strumento lungo le strade del mondo, accarezzando la tradizione siciliana di “Mi votu e mi rivotu”, per poi proseguire per rotte più lontane, dall’Argentina di “Libertango” al Messico di “Tico Tico”. E tra queste note sembra proprio di ritrovare l’entusiasmo di un Pirandello sudamericano, contagioso nel suo essere siciliano con gli occhi sgranati oltre i propri confini territoriali. Potenza della parola, della cultura che non conosce barriere. Della fantasia che solo un libro, o un cd, sono ancora in grado di offrire.

Rosalba e la luce blu

“Il disco

Only light blue” è il titolo del nuovo cd di Rosalba Bentivoglio. Otto composizioni, sei delle quali firmate dall’artista (una in comproprietà con Paul McCandless, polistrumentista, fondatore degli storici Oregon, con il quale la cantante catanese collabora da diverso tempo) e una, “La voce” la cui scrittura è affidata al pianista Alberto Alibrandi.

“Il mio nuovo cd (sempre prodotto da Aleph) – spiega Rosalba Bentiovoglio nel prssentare la sua ultima produzione – prende il titolo da una mia composizione, ‘Only Light Blue’, e vede al suo interno una serie di mie nuove composizioni che ho scritto nei due anni precedenti: ‘Giuggio’, ‘Solaria’, ‘In the wind he comes’, ‘Only light blue’, ‘Sulle vie dello Zimbabwe’, quest’ultimo con un mio testo: L’uomo che vede l’’alba della vita nei colori della mia terra, (nit kui giss fadiar aki leram si sama rew), e, inoltre, ‘La voce’ di Alberto Alibrandi e ‘Last Bloom’ di Paul Mc Candless, in cui io ho inserito il testo in siciliano”.

L’intervista

Il Jazz di Rosalba Bentivoglio, cantante e docente catanese, viaggia ormai da anni nell’universo della sperimentazione internazionale senza disdegnare un forte radicalmente nel territorio d’origine. L’uscita del suo nuovo cd è l’occasione per conoscerla più a fondo e cercare di carpirle il segreto di una passione che varca i confini dell’arte.

Come si coniugano questi due mondi, la Sicilia e il resto del globo musicale, nel tuo stile?


“Così come lo scrivere un libro per un filosofo è un atto del tutto personale, allo stesso modo per me è la realizzazione della mia musica nella quale la mia visione e l’utilizzo del linguaggio non viene inficiato da speculazioni commerciali, ma rappresenta sempre ciò che sono e penso in ‘questo momento’, così come Roland Barthes descrive nel suo saggio ‘La camera chiara’ il momento taumaturgico della realizzazione fotografica come verità di un pensiero avvenuto. La Sicilia è la fucina per le mie composizioni e il resto del globo il palcoscenico”.


La tua esperienza si muove tra la Sicilia e Parigi. Quali differenze noti nell’approccio del pubblico alla tua musica?


“A Parigi il pubblico è più attento, ha più rispetto per l’artista che si esibisce ed è più aperto all’innovazione. E poi si è coccolati dalle istituzioni che con lungimiranza sono molto attente a valutare e incentivare. In Sicilia purtroppo esiste un retaggio di esterofilia, se sei straniero sei più bravo. Abbiamo ancora lo sbigottimento e coltiviamo un senso di rispettosa retorica quando si sente annunciare (a voce bassa ma importante) ‘quest’artista viene da …Roma’”.


Ritieni che il jazz possa ancora attirare un pubblico giovanile?
“Si, anzi credo che si sia abbassata l’età dei fruitori di questo genere musicale. L’elemento fondamentale di questa musica è l’Arte di comporre istantaneamente con l’improvvisazione come libertà compositiva. Questo piace molto ai giovani ed è un punto di forza per questa musica che è la più importante del ‘900. Lontana dall’austerità dei musei, questa musica abita la casa dell’uomo moderno, si riversa nelle strade delle metropoli, dando voce alla voglia di fare dei nostri giovani”.


A cosa ti ispiri quando componi?
“Alla visione del mondo in cui non esiste alcuna differenza tra macrocosmo e microcosmo. La mia è una musica estremamente  evocativa. Se dovessi descrivere con un’immagine il pensiero delle mie composizioni mi ritrovo trascinata in un vortice di suoni e colori che in modo forte e diretto mi fanno rivivere l’astrattismo di Kandinsky. Equilibri dinamici quelli che traccio in musica, così come Kandinsky traccia in pittura. La ricerca è un atteggiamento verso un qualche cosa, una tradizione, un linguaggio, un luogo, delle convenzioni. I suoni, come macchie di colori contrastanti  ma in perfetto equilibrio fra loro, è così  che nelle mie composizioni musicali inserisco un intelletto
compositivo”.

http://www.youtube.com/watch?v=eC4wEkSla4w


50 sfumature di… classica

Le donne, tutte, lo hanno letto, lo stanno leggendo, lo comprano, se lo passano, lo regalano alle amiche più intime. Lo nascondono alla vista delle figlie adolescenti e, ancor più, ai mariti ignari di tanto interesse letterario da parte delle signore. Ahinoi, chissà di cosa si parlerebbe nei salotti bene dell’estate 2012, su barche e gommoni al sole cocente di qualche isola, sotto gli ombrelloni delle spiagge più trendy, se lo stesso clamoroso successo avesse accolto, seppur in grave ritardo, un titolo come “Essere e Tempo” di Martin Heidegger.

Ma non vogliamo e non riteniamo di essere all’altezza di dovere e potere giudicare il fenomeno editoriale dell’anno. Il perché tale trilogia stia persino abbattendo i record del maghetto Harry Potter, con 31 milioni di copie vendute, di cui oltre 400.000 solo in Italia, lo affidiamo ad esperti di costume, signori della sociologia spicciola e fenomeni da baraccone e da ombrellone. Noi, invece, preferiamo limitarci a registrare quanto sta accedendo. A recepire e intuire con le nostre orecchie i messaggi pruriginosi che viaggiano di bocca in bocca e ai quali non si sottraggono neanche certi maschietti che lo hanno letto o simulano di averlo fatto, che lo consigliano alle amiche e agli amici seppur con un compiaciuto sorriso sulle labbra.

Il nostro augurio è soltanto che il miracolo editoriale di “Cinquanta sfumature” si possa ripetere anche nel campo musicale. La buona volontà, chi cura il “business” di questo fenomeno, ce la sta mettendo tutta. Ed ecco infatti pronto all’uso, “Fifty Shades of Grey – The Classical Album”, le musiche, scelte personalmente dall’’autrice E. L. James, che fanno da colonna sonora alle gesta erotiche dei protagonisti, l’’innocente studentessa Anastasia Steele e il giovane e tormentato miliardario Christian Grey. Dice la scrittrice: “Sono entusiasta all’’idea che i brani di musica classica che mi hanno ispirata nello scrivere la trilogia di ‘Cinquanta sfumature’ siano stati raccolti in un disco che tutti i lettori che hanno amato i miei libri potranno ascoltare”. E sperimentare. Proprio come “Ana” che ascolta sull’iPod i brani selezionati dal “suo” mr. Grey. O immaginandola nella “stanza dei giochi” mentre questi fanno da colonna sonora agli esperimenti erotici dei due amanti. E’ questo il potere della musica?

TRACKLISTING

Lakmé (Atto I): Duetto dei Fiori (Mady Mesplé, Danielle Millet)

Bach: Adagio dal Concerto n.3 BWV 974 (Alexandre Tharaud)

Villa-LobosBachianas Brasilerias n.5 – Cantilena (Barbara Hendricks)

Verdi: La Traviata – Preludio (Riccardo Muti / Philharmonia Orch.)

Pachelbel: Canone in Re (Sir Neville Marriner / Academy of St. Martin-in-the-Fields)

Tallis: Spem in Alium (The Tallis Scholars dir. Peter Phillips)

Chopin: Prelude n.4 in Mi minore, Largo (Samson François)

Rachmaninoff: Concerto per pianoforte n.2 – Adagio Sostenuto (Cecile Ousset, Sir Simon Rattle / Birmingham Simphony Orch.)

Vaughan Williams: Fantasia su un Tema di Thomas Tallis (Sir Adrian Boult / London Philharmonic Orchestra)

Canteloube: Chants d’auvergne, Bailero (Arleen Auger)

ChopinNocturne n.1 in Si bemolle minore (Samson François)

FauréRequiem – In Paradisum (Choir of King’s College, Cambridge / Stephen Cleobury)

BachVariazioni Goldberg – Aria (Maria Tipo)

DebussyLa Fille Aux Cheveux de Lin (Moura Lympany)

Bach: Jesu bleibet meine Freude (Alexis Weissenberg)

http://itunes.apple.com/it/preorder/fifty-shades-grey-classical/id552520419)

Quando il rock parla con Dio

Non è fondamentale, o perlomeno, necessario, scomodare filosofi e papi, Plotino e Benedetto XVI, per dimostrare lo stretto rapporto tra la musica e la religione. Eppure, è necessario fare dei distinguo quando entra in campo il rock, quella che, per comodità e per questioni puramente commerciali, è sempre stata definita “la musica del diavolo”.
Ne sa qualcosa John Waters, giornalista e scrittore irlandese, editorialista dell’Irish Times, profondo conoscitore della vita e del rock. Qualche anno fa, al Meeting riminese di Comunione e Liberazione e, poi, nuovamente a Catania, ci capitò di parlare con John Waters di un suo “caro” amico, quel Bono Vox, frontman dei dublinesi U2, e del rapporto che legava i testi della band più famosa del mondo a doppio filo con Dio.
E se i Rolling Stones, band “maledetta” per antonomasia, cantavano “Simpathy for the Devil”, e i Motorhead di Lemmy Kilmister, nei primissimi anni Ottanta, affermavano che “we don’t need Jesus Christ Superstar…”, è pur vero che, nella finzione, i Blues Brothers hanno sfruttato la loro vena musicale per andare “in missione per conto di Dio” e salvare l’orfanatrofio dove Jake ed Elwood erano cresciuti. Mentre nella vita reale, personaggi come Muddy Waters, Leonard Cohen, Patty Smith e i Coldplay, hanno sapientemente mischiato sound e fede dimostrando come la musica rock possa essere trait d’union tra sacro e il profano.
Ecco perché John Waters, al Meeting di Rimini di quest’anno (dal 19 al 25 agosto), il cui tema  sarà “la natura dell’uomo è rapporto con l’infinito”, porterà una mostra il cui titolo la dice lunga sul rapporto che lega la musica e la religione: “Tre accordi e il desiderio di verità. Rock’n’roll come ricerca dell’infinito”.
Spiega il giornalista irlandese: “Il rock nasce come pianto del cuore dell’uomo, nella forma del blues, e al suo meglio resta quello. Ma la nostra cultura ne ha minimizzato e volgarizzato vitalità e profondità. Molti considerano il rock rumore, altri lo amano ma non sanno esprimere il centro vero”.
E se il messaggio, per qualcuno, può non apparire chiaro, viene in aiuto di Waters l’amico Paul David Hewson, in arte Bono, voce degli U2, quando, nel libro-intervista “Bono on Bono”, scritto con Michka Assayas, dice: “…Ci fu un momento in cui Edge e io pensammo: Beh, forse dovremmo sciogliere il gruppo… Per due settimane fummo sul punto di farlo. Poi capimmo: un attimo… da dove vengono questi doni? E’ così che adoriamo Dio, anche se non scriviamo pezzi religiosi, perché non ci sembra che Dio abbia bisogno di pubblicità… In realtà ci dicemmo: la musica non è una cazzata…””.
E continua Waters: “Nel meglio della musica c’è qualcosa che va oltre il contenuto apparente, qualcosa di sproporzionato che si potrebbe chiamare, secondo la definizione della tristezza di San Tommaso, il ‘desiderio di un bene assente’”. E vengono in mente quegli artisti che sembrano assolutamente slegati da un tale pensiero, “come Amy Whinehouse – spiega John Waters -. I valori originali ci sono, nella sua musica, anche se lei, come artista, ha dato luogo ad alcuni fraintendimenti”.

Ma non siamo più imberbi fanciulli per credere alle favole. E non suona poi così strano che una rockstar planetaria, nel caso ancora Bono degli U2, venga ispirato, in studio di registrazione, dalla lettura della Bibbia: “…E’ vero – racconta Bono – …Aprii la bibbia è trovai il salmo 40. I salmi sono blues, ma all’epoca non me ne rendevo conto. Mi misi in un angolo a lavorarci e in nemmeno quaranta minuti il pezzo era pronto…”. Il risultato divenne il pezzo di chiusura di “War”, nonché uno dei più celebri nella carriera degli U2: “I waited patiently for the Lord, He inclined and heard my cry, he brought me up out of the pit, out of the miry clay…”, “Ho atteso con pazienza il Signore, Lui si è chinato su di me e ha ascoltato il mio grido, mi trasse dall’abisso, da fango e argilla mi trasse…”.
Il rock ha un suo Dio. Che ascolta la musica delle sfere. E un po’ di rock.

Toni Iommi, all’inferno & ritorno

Che il primo disco di musica jazz fosse stato inciso da un musicista di origini siciliane, è ormai fatto più che scontato. Parliamo di Nick La Rocca il cui padre, Girolamo, partì nel 1868 da Salaparuta alla volta di New Orleans. E fin qui è storia ben documentata. Ma quel che appare strano e azzardato ma che, sicuramente, non può che trovare una abbondante dose di fascinazione, è l’ipotesi che un altro grande genere musicale, e stavolta parliamo dell’hard rock, possa avere nel proprio Dna origini isolane. Impossibile? Non proprio se partiamo dalla biografia di quello che, a buon titolo, può essere definito il “padre” dell’hard rock e dell’heavy metal. Il signor Iommi Tony, nato come egli stesso dichiara nell’autobiografia scritta a quattro mani con J.T. lammers (“Iron Man – Il mio viaggio tra Paradiso & Inferno con i Black Sabbath”, Arcana, pp. 371, euro 19,50), giovedì 19 febbraio 1948 all’ospedale di Heathfield Road, appena fuori Birmingham. E’ l’unico figlio di Anthony Frank e Sylvie Maria Iommi, nata Valenti. “Mamma – racconta l”Iron Man’ – era nata a Palermo, in Italia, da una famiglia di viticoltori che aveva altri due figli. Non ho mai visto mia nonna materna. Il nonno, invece, veniva a trovarci una volta alla settimana…”.
Dunque, anche se a far di conto non siamo delle cime, due più due fa sempre quattro. Ed ecco svelato, in un’ipotesi fantastica e fantascientifica, ma non certo così tanto balzana, l’origine di uno dei suoni più proletari e allo stesso tempo “calamitosi” dell’era musicale moderna: il rock allo stato puro. Tony Iommi e i suoi Black Sabbath porterebbero dentro una abbondante goccia di sangue palermitano. Di tutto ciò, con molta probabilità, a Ozzy Osbourne, il Signore delle Tenebre, voce dei Black Sabbath primordiali, poi seguitissima ugola solista, non importerà alcunché, ma l’idea che tutto possa avere avuto origine a pochi passi dalle nostre case, non può che riempire d’orgoglio gli appassionati di musica nostrani, siano essi cultori del jazz o indemoniati appassionati di rock duro.
Tony Iommi, le cui notizie più recenti lo danno alle prese con una brutta malattia, racconta nel corposo libro le sue origini, il “mal di vivere” di un “italiano” in terra straniera, e, soprattutto, il canto delle sirene della musica suonata, la voglia di “essere qualcuno” imbracciando una chitarra, aspirazione normale per qualsiasi teen ager dell’epoca – siamo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta – con quel po’ di pepe “inside” che gli permetteva di contravvenire alle dure regole di famiglia patriarcale fondata sul lavoro (duro) e su una vita fatta di stenti. Gli esempi sono tanti e riguardano i gruppi più o meno famosi che hanno fatto la storia della “musica del diavolo”, pensiamo tanto ai Rolling Stones quanto ai Pink Floyd, tanto ai Motorhead quanto agli Oasis e così via.
Ma torniamo a Mister “Sabba Nero” e alla sua odissea nelle sette note. E’ dura ritrovarsi a lavorare in fabbrica schiacciando lastre in metallo e, proprio l’ultimo giorno, quando ormai il sogno di diventare davvero un musicista sta per avverarsi, schiacciare insieme alla lastra di metallo anche i propri polpastrelli. Ma ecco che, proprio in quella disgraziata occasione, ha origine il suono originale e inimitabile dei Black Sabbath. E’ il seme dal quale germoglierà l’hard rock più estremista, quello che darà vita all’heavy metal. E’ la storia. Anzi, è la STORIA della musica. Let there be rock!

Alex e l’automobile, che musica!

Il nostro pianeta è inquinato dall’anidride carbonica, dallo smog, da ogni altro avanzo indigeribile che l’uomo lascia ai posteri.
Ma la nostra vita è inquinata anche dal rumore che ogni uomo produce, una cacofonia strisciante che in luoghi affollati o densamente popolati supera i livelli del tollerabile.
Così come stiamo cominciando ad azzerare le nostre emissioni di CO2 con lungimiranti progetti di compensazione, SOUNDPRINT© propone un mondo dove ogni essere umano cerca di azzerare la propria impronta sonora.
Ogni nostra azione produce rumore.
Trasformare questo rumore in suono.
E armonizzarlo con gli altri.
Una metafora, una provocazione, un’esortazione ad “accordarsi” con il mondo che ci circonda.
Questo sarebbe l’unico gesto saggio e consapevole, che dovremmo orchestrare con grazia, ogni giorno.

Una performance contro l’inquinamento acustico. E’ quedsto l’ultimo progetto di Alex Braga proposto pochi giorni fa su Radio2Rai, in apertura del concerto di Noa da Firenze.
Secondo gli ultimi dati dell’Oms, la rumorosità notturna è superiore ai livelli massimi di tollerabilità per l’orecchio umano nel 98% delle aree urbane con un conseguente aumento della sordità.
La performance di Alex Braga, studiata e realizzata insieme al collettivo artistico Quiet Ensemble, cerca di rompere gli schemi e mostrare cosa vi è oltre i luoghi comuni, e cosa è davvero possibile per l’uomo, per la sua vita, per il senso ultimo della ricerca tecnologica e della sperimentazione artistica.
Non solo rumore zero, ma musica e armonia tra  vettura (una vecchia “500” dello stesso Alex) e strada, una vita nuova nel ritmo di ogni giorno, con gli altri, tra gli altri.
Insieme tra loro silenzio e suono, corsa e quiete, azione e meditazione.
Una performance che conferma il percorso di ricerca dei Quiet Ensemble, collettivo artistico che da tempo fa della natura e dei suoni nascosti soggetti culturali e stimolo creativo, e che ora collabora con Alex Braga per raccogliere la più stimolante delle sfide: unire storia, arte, meccanica, suono e armonia in un unico concept, e mostrare cosa può esserci oltre l’immediatamente visibile e percepibile, e cosa può essere possibile se si va davvero verso un’armonia universale.

http://www.youtube.com/watch?v=lJElkZr3CqQ

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