Tutta questione di… Alto gradimento
“E’ incontrovertibile che ’Alto Gradimento’ sia stato il più grande successo nella storia della radio di tutti i tempi dopo quello de ’i quattro moschettieri’ di Nizza e Morbelli, che battezzò la radio in assenza della televisione. E’ incontrovertibile, poi, che Arbore da Foggia propose il titolo ’Basso gradimento’ e che Boncompagni da Arezzo (patria di Amintore Fanfani) propose ’Alto gradimento’”.
Naturalmente vinse Boncompagni. Per la storia Boncompagni, Fanfani non lo conosceva neppure ma Arbore pensava che ne fosse intimo).
Così Renzo Arbore, in esclusiva per @RaiRadio2, racconta in una lunga nota, “Alto Gradimento”, in vista del suo ritorno sul sito della rete diretta da Flavio Mucciante, che ha pensato di regalare ai fan e a chi vorrà scoprirlo per la prima volta, una raccolta esclusiva di tutti i suoi personaggi.
“Con Alto gradimento nasce la radio improvvisata – ricorda ancora Arbore – un programma che fabbrica successi, inventa mode e tendenze, usa come tormentone la musica folk ma anche inni di tipo militare o slogan mutuati dalla pubblicità”.
In una parola, conclude Arbore, “il prototipo inimitabile di tutto il varietà radiofonico moderno, ancora oggi un modello per tutti”.
Da lunedì 6 febbraio, gratis, sul sito radio2.rai.it, ogni giorno un podcast da scaricare, ascoltare e collezionare. Non solo i personaggi interpretati da Marenco, Bracardi e gli altri del mitico clan, ma anche le voci di illustri uomini di spettacolo o della politica, da Amintore Fanfani a Mike Bongiorno, dei quali le celebri frasi venivano ripetute a tormentone, sul rumore della porta che si apre e richiude, simulando il loro improvviso ingresso in studio. Poi le voci dei surreali Colonnello Buttiglione, il poeta Vinicio, lo Scarpantibus (presunto uccello raro rinvenuto in Nicaragua), la Sgarrambona, celebre ‘ragazza’ di Boncompagni, afflitta dalle sue scarse prestazioni…
“Abbiamo avviato un minuzioso lavoro sui materiali di archivio – spiega il direttore di rete, Flavio Mucciante – alcuni dei quali mai riproposti. Bobine dall’audioteca della Rai ma anche messe a disposizione dallo stesso Arbore e da collezionisti. L’obiettivo -spiega Mucciante – è far conoscere a tutti gli ascoltatori e navigatori del web quello che ha rappresentato Alto Gradimento: il passaggio dalla radio paludata e ingessata ad un linguaggio più libero”.
Ma non solo: Arbore e Boncompagni sono stati ”rivoluzionari” anche nella musica. “L’attenta selezione del suono, la proposta di artisti fuori dei grandi circuiti, l’occhio strizzato al pop internazionale. E poi – conclude il direttore di Radio2 – la rivoluzione del parlato sulla musica, impensabile fino a quel momento”.
Un programma, “Alto Gradimento”, che si potrebbe pensare di replicare oggi?
“Bisognerebbe avere energia, incoscienza, entusiasmo e non rifarlo com’era, ma attualizzarlo”, risponde lo showman originario di Foggia, indicando come suoi possibili eredi on air, Lillo e Greg, anima di “610”, il quotidiano di Radio2 condotto da Alex Braga. “Anche loro sono appassionati di musica, hanno i tormentoni, il gusto dei personaggi falliti – continua Arbore – dei collegamenti fasulli. Tutta la tematica di ’Alto Gradimento’ che agiva nei sotterranei della radio, ribaltandone l’ufficialità”.
New Orleans, dove il jazz è come un voodoo
Un gin tonic alla House of Blues. Jelly Roll Morton e le sue “capacità amatorie” (oltre che musicali, of course). Storyville e le sue case di tolleranza. I riti voodoo sulle rive del Bayou. Il vibrato di Sidney Bechet. Le note struggenti della tromba di Louis Armstrong. “…E poi la parola magica, jambalaya…”, il piatto tradizionale della Louisiana il cui nome deriva dalla parola francese jambon, prosciutto, e ya, riso nel dialetto dell’Africa occidentale.
Il blues, l’amore, il sesso, la cucina. Gli odori e i sapori. Il fumo dei locali soffusamente illuminati e la tradizione nera. E’ questo ed altro ancora “Nola mon amour”, dove Nola sta per New Orleans, il romanzo d’esordio di Marina Nocilla (Pendragon, pp. 238, euro14,00) che, attraverso una struggente storia d’amore, racconta la “sua” New Orleans in tutti gli ingredienti essenziali, come spiega Renzo Arbore nell’introduzione, “un crogiolo di razze che ha dato vita ad una cultura assolutamente originale da cui è scaturito il jazz; una gastronomia ricca di spezie e di sapori esplosivi che sanno di Africa come anche i rituali che si sono condensati nel voodoo; il divertimento sfrenato del MardiGras; ed il Jazz Fest, unico al mondo, pellegrinaggio doveroso, almeno una volta nella vita, per un vero amante del jazz…”.
Ed ecco che, come per magia, tra le pagine di Marina Nocilla ci si ritrova proiettati nella Mecca della musica nera per eccellenza. Dove una storia d’amore sa di birra alla spina e si lascia intenerire dalle mille luci di Bourbon Street; dove il sesso sa di Red beans and rice alla maniera creola, e le bambole voodoo, vestite di iuta e cotone, portano nomi come Mama Brigitte, Mo’ Mo’ Blues, Lady Love. E Marie Laveau, la papessa, la potente sacerdotessa che visse a New Orleans nella prima metà dell’Ottocento e che celebrava i propri riti nei pressi della cattedrale di St. Louis.
L’autrice racconta tutto questo con un tono confidenziale che costringe il lettore a dare del tu a questa città ricca di storia, carica di orgoglio, capace di raddrizzarsi sulla propria schiena dopo essere stata presa a cazzotti, sfregiata, derisa da quel maledetto uragano, Katrina, che nell’agosto del 2005, trasformò il paradiso del blues in un girone infernale che nemmeno il Sommo poeta avrebbe saputo descrivere.
New Orleans, per nostra fortuna, è ancora lì, con i suoi intrecci misteriosi, la sua musica, le sue passioni. Che sono anche un po’ nostre, proprio così come le descrive “Nola mon amour”.
Gill&Co. e le occasioni perdute
Benvenuti al festival delle occasioni perdute. Gill & Co è un progetto storico che vede accanto alcuni tra i musicisti isolani più tecnicamente preparati. Parliamo di Gianluca Gilletti, voce, chitarra e anima della band catanese; Turi Di Natale, Ezio Barbagallo, Antonio Marino e Anthony Panebianco.
“Italia spaghetti” era un biglietto da visita nel quale “Gill” era riuscito a sviluppare un innato senso della parola e che, pur senza colpire eccessivamente, sembrava aver posto le fondamenta per venire fuori con quella forza che soltanto chi nutre le proprie armi (strumenti musicali, per fortuna) di fuoco e di lava, può sfoderare. E così, il nuovo album “Caro petrolio” (mai titolo fu più azzeccato, dato il momento) nasce sotto i buoni auspici di un passato glorioso e di un futuro da ricostruire mattone su mattone.
Sulla torre di controllo di questo cd ci sono “maestri” come Maurizio Nicotra (Jovanotti, Ramazzotti, Ferro) e la Arts Promotion di Mario Russo.
I suoni sono eccessivamente perfetti, puliti, e stentiamo a trovare un brano capace di rapire la nostra attenzione, di rimanerci in testa. “generazione scooterone” e “L’Erasmus a Rotterdam” sono niente male, così come “Etna Polis” che, nel suo gioco di parole del titolo e nel dialetto del testo, forse possono capire soltanto i catanesi.
Il giudizio finale è “rivedibile”. E siccome apprezziamo Gill & Co, non li bocciamo. Li aspettiamo ancora (ma non vorremmo che passasse troppo tempo) in attesa di quel salto di qualità che meritano davvero.
Ultima nota (postiva) per la bella copertina e gli splendidi ritratti firmati da Tea Falco. 
L’ultimo dei Ramones
Nostalgia, nostalgia canaglia, direbbe qualcuno. Ma l’occasione è davvero ghiotta visto che, per la prima volta a Catania, il palco del Faro di via Domenico Tempio ospiterà Marky Ramones, al secolo Mark Steven Bell, batterista supertiste dei mitici Ramones. Chi è cresciuto a pane e rock’n'roll non può prescindere da quella cascata di note annunciate nel più classico dei modi, quel “one two three four” che faceva da ouverture al più infuocato stile punk proveniente dagli States.
Marky, già in tempi non sospetti impegnato nei suoi progetti solisti (ricordiamo i suopi Intruders con cui incise due album ai tempi dei Ramones), sarà di scena affiancato da Andrea Rock (Virgin Radio) degli Andead (voce), Stefano Russo (basso) e Rocco N Rollo (Colorado Cafè, Zelig) alla chitarra.
E’ il momento di scatenarsi nel buon nome del rock’n'roll.
A Roma per un Capodanno… Negramaro
“Sperando che i Maya si siano sbagliati e che il 2012 non segni la fine di questa palla che gira su cui noi siamo tutti aggrappati e da cui mai scenderemo, abbiamo deciso di passare il Capodanno con tutti voi a Roma, in un posto incredibile e storico come i Fori Imperiali, per un evento altrettanto storico”.
Giuliano Sangiorgi, frontman dei Negramaro, annuncia in una lettera ai fan pubblicata sul sito ufficiale, che la rock band sarà la protagonista musicale del concerto di fine anno promosso da Roma Capitale.
Reduci dal trionfo del “Casa69 tour” che ha infiammato negli ultimi due mesi i palasport di tutta Italia, passando anche per la Sicilia, terra a cui Giuliano è legato dall’origine del papà, i Negramaro nella notte tra il 31 dicembre 2011 e il 1° gennaio 2012, saranno di nuovo “on stage”.
“Prima che finisse questo tour già esplosivo per le emozioni che siete riusciti a darci – scrive Sangiorgi ai fan suwww.negramaro.com – è arrivata nella nostra Casa69 itinerante una proposta altrettanto scoppiettante. Tra le scintille di questa nuova notizia abbiamo iniziato a pensare, poi pensare e ancora pensare… e scottandoci le dita e il cuore su questi nuovi pensieri entusiasmanti abbiamo deciso.”
Per preparare al meglio lo show, assolutamente inedito e pensato per un palco speciale come quello dei Fori Imperiali e soprattutto “pieno di tutte le energie e le emozioni che ci avete trasmesso senza sosta in questi anni”, prosegue l’artista nella sua lettera, i Negramaro passeranno il Natale in sala prove. “Sarà un omaggio a tutti voi che ci avete permesso di vivere ogni giorno di questa vita come fosse sempre un capodanno meraviglioso, il primo e mai l’ultimo”, prosegue Sangiorgi.
“Tra frutti canditi e alberi di rosso vestiti, tra vecchi e nuovi buoni propositi, tra paure e insicurezze di esser stati più o meno buoni per babbo natale, conclude il cantante della rock band – scegliete voi la via migliore per essere felici e nell’attendere il nuovo anno, nel mezzo troverete noi. Una notte tra il vecchio e il nuovo anno cantata a squarciagola solo per dirvi ancora…”.
Pino Scotto, il rock… inossidabile
Era il 1986, e i Vanadium, giovanissimi ma già affermati come leader della scena heavy metal italiana, dividevano il palco con Twisted Sister e Motorhead. Pino Scotto, frontman e voce inossidabile, ridendo, ci prova: “Ma quello non ero io, era mio padre…”. Ci prova ma non ci riesce, perché eravamo lì, ad ascoltarlo, e oggi, gli diciamo, siamo tutti più invecchiati ma portiamo ancora addosso le cicatrici di una malattia chiamata rock.
“Sono meno di due anni che è uscito l’album ‘Buena Suerte’ e abbiamo già fatto 186 concerti. Si suona perché i locali, per fortuna, sono sempre pieni”. E annuncia che già il prossimo 2 gennaio entrerà in studio per lavorare al nuovo album.
Locali pieni ma mercato discografico in eterna crisi…
“Ho venduto poco più di quattromila copie di ‘Buena Suerte’, ma su internet ne sono state scaricate più di 35mila. I ragazzi non comprano i cd ma li scaricano gratis. Però, almeno, vengono ai concerti”.
Deep Purple, Motorhead, Judas Priest, adesso la reunion dei Black Sabbath. I “vecchi” continuano a fare proseliti soprattutto fra i ragazzini.
“Ci sono un sacco di ragazzi dai quindici anni in su che vengono a vedere i concerti. E devo dire che abbiamo contribuito molto anche con Rock Tv (dove Pino conduce ‘Database’. Ndr). Vengono accompagnati dai genitori, anche loro rockettari”.
Segno che il rock non ha tempo né confini.
“Sì, non è come il pop che è fatto di mode che passano. Il rock ha un pubblico che resiste, pochi, certo, ma resistenti”.
Rock Tv, dicevi, ha dato una grossa mano alla musica.
“Tanti mi dicono che uso un linguaggio un po’ scurrile. Ma la massa che mi segue è fatta di ragazzi e io cerco di usare il loro linguaggio per farmi capire”.
Molti dicono che ti sei l’Ozzy Osbourne italiano… 
“Senza offesa ma credo che Ozzy ormai da anni sia completamente rincoglionito. Se non fosse per sua moglie (Sharon, produttrice discografica, figlia di Don Arden. Ndr) che lo tiene in piedi come un burattino, sarebbe già fuori causa da tempo. Io penso che quei 35 anni in fabbrica a scaricare camion mi abbiano rinforzato dentro e fuori”.
Ozzy si è bevuto il cervello e tutto quello che gli capitava a tiro. E non è il solo…
“No. Penso a Vasco Rossi che sta male, sappiamo il perché e lui continua a dire che il suo è mal di vivere. Mal di vivere un cazzo!!! Perché non hai il coraggio di dire ai tuoi fans che hai fatto una vita di merda e adesso stai pagando il conto?! Queste persone non hanno le palle”.
Ma parliamo del Progetto Rainbow Belize
“Non so cosa sto dando a questi bambini, ma quello che stanno dando loro a me e a Caterina Vetro, ideatrice del progetto e psicologia, è davvero incredibile. Lei è già lì da un mese e mezzo. Ho visto sparire soldi da tutte le parti ma questa volta abbiamo fatto tutto da noi così sappiamo dove vanno a finire i soldi fino all’ultimo centesimo. Io ho la mia pensione, guadagno abbastanza con i concerti e mi sentirei una merda se non dessi questi soldi ai bambini. A gennaio, tra l’altro, andremo in Cambogia”.
Anche questo è essere rock. Ma torniamo alla musica. Quanto conta la contaminazione?
“Il rock ha necessità di essere contaminato sennò muore. I gruppi sopravvissuti, oggi, sono quelli che hanno dato al rock una nuova veste. Ovviamente, devi contaminare con roba buona”.
Cosa che accadrà nel tuo prossimo album.
“Sicuramemnte non mancherà la qualità visto ho avuto la fortuna di coinvolgere nel progetto Kee Marcello, chitarrista degli Europe, Carmine Appice alla batteria e, probabilmente, anche il chitarrista dei Mr Big. Richie Kotzen”.
Pino Scotto sarà a Catania con il Buena Suerte Tour mercoledì 7 dicembre al Faro.
L’esibizione dell’ex Vanadium sarà aperta da Deep South e Voodoo Highway, mentre, a seguire, spazio al Rock Dj Set di Maurizio Di Stefano e Giorgio Di Mauro. L’organizzazione del concerto è curata da Blow Rock.
Mick Jagger, angeli e demoni del rock’n'roll
Marc Spitz (da non confondere con il mitico nuotatore statunitense Mark Spitz), è giornalista e scrittore, collaboratore di riviste come The New York Times, Vanity Fair, Rolling Stone e Maxim, ha al suo attivo numerosi libro dedicati allo showbiz e, in particolare, al mondo del rock’n’roll. E’ del 2009 la biografia sul “Duca” David Bowie, mentre precedenti sono le prove nelle quali Spitz si misura con il fenomeno punk (“We Got The Neutron Bomb: The Untold Story Of LA Punk” e “Nobody Likes You: Inside The Turbolent Life, Times And Music Of Green Day”).
L’editrice Arcana pubblica proprio in questi giorni, la biografia di uno dei personaggi più amati (e spesso odiati) e più discussi della scena rock mondiale. Semplicemente “Jagger” (pp. 255, euro 17,50). 
Si parte subito con il “problema Mick Jagger”. “Sospettoso”, “aggressivo” e “sprezzante” sono i termini più usati da chi si è trovato al cospetto di Jagger per un’intervista. Eppure, anche Ron Rosenbaum, in un articolo sul New York Observer, scriveva che “lo stile di vita esclusivo e il modo di porsi sul palco da frenetico esibizionista, troppo spesso mettono in ombra le lente, stupende ballate come ’Angie’ e ’Time Waits For No One’…”.
Mick Jagger angelo e demone, yin e yang della scena rock, genio e sregolatezza travolto e sconvolto da quella pietra rotolante che mai più nessuno di loro (parliamo della band) potrà mai scrollarsi di dosso. E pace sia per il grande e indimenticabile Brian Jones.
Marc Spitz parte da tutto questo per andare lontano, sempre più lontano, lasciando spudoratamente che l’instancabile frontman degli Stones invecchi. Ma avverte: “Jagger non è semplicemente una biografia. Piuttosto, è una ricerca e un’analisi, una meditazione e una conversazione con persone che hanno lavorato con Mick Jagger e lo conoscono bene. E’ anche una storia culturale degli ultimi cinquant’anni… concepita per sondare l’immagine, il contributo e l’influenza di Jagger sul sesso, sul potere, sulla moda e sul suo stesso mito”.
E nessuno meglio di Marc Spitz poteva raccontare e fotografare Jagger, i Rolling Stones e un’epoca che si estende dagli anni Sessanta a oggi, con gli stessi colori e gli stessi contrasti che furono di Andy Warhol, “frugando nelle sue relazioni coi compagni della band e le sue partner”, su tutte Marianne Faithfull (la “fidanzata” dei Rolling Stones), Bianca Jagger e l’ex moglie Jerry Hall, ma anche tra i “nemici” storici come il leader degli Hell’s Angels, Sonny Barger (impossibile non ricordare la tragedia di Altamont nel 1969 e la decisione dei bikers americani di “far fuori” Mick Jagger; per concludere con gli immancabili riferimenti alla recente autobiografia di Keith Richard dalla quale il “collega” esce con le ossa rotte.
Scorpions, solo per veri fans
“Non ricordo esattamente il giorno, il mese o l’ora, ma ad un certo punto, durante questo tour siamo stati semplicemente travolti dal successo e l’idea di tornare in studio è nata dalla pura emozione… Fan urlanti ovunque ci hanno indicato la strada. E’ stato bello condividere ancora lo studio con Mikael e Martin, per registrare insieme un nuovo progetto!”
Nasce così “Comeblack”, titolo autoironico che riprende le grandi canzoni degli Scorpions come “Rock You Like A Hurricane”, “Wind Of Change” e “Still Loving You”, adattate e riprodotte con tecniche ultramoderne.
Meine, Schenker, Jabs & co. hanno registrato pietre miliari della storia musicale – canzoni come “Tin Soldier” degli Small Faces, “Ruby Tuesday” dei Rolling Stones e “Tainted Love” di Marc Almond.
“Vi chiedete perché? La risposta è molto semplice: questo album è un bis per il nostri fan, per ringraziarli per il sostegno in tutti questi anni. Allo stesso tempo, questo è un tributo alle leggendarie band degli anni Sessanta, come i Beatles e i Rolling Stones, che ci hanno stimolato a seguire i nostri sogni. Speriamo che vi piaccia come piace a noi”.
Vincenzo Oliva, appassionato cultore dei Beatles, negli anni ha raccolto una notevole collezione che abbraccia varie prospettive della musica dei Fab Four, insieme e da soli, sfociata nell’imponente ricerca dei dischi “raccontati” nel volume “Help!” sottotitolo: “Tutte le canzoni e gli album che i Beatles hanno realizzato con altri musicisti – 1961-2011″ (Gremese, pp. 350, euro 18,00).
Un’opera “completa” dovuta alla grande passione e, non ultima, alla profonda conoscenza dell’argomento, da parte di un giornalista che ha già pubblicato, tra gli altri, “Paul McCartney 1970-2003: dischi e misteri dopo i Beatles”, ha curato la traduzione dei testi per “Le canzoni di John Lennon” e ha partecipato al celebrativo “Paul McCartney a Napoli – 5 giugno 1991″.
Dice Oliva: “Tutti sanno chi erano i Beatles. Ma che cosa sono oggi? Che rappresentano per un ragazzino in cerca di fumetti giapponesi? Un’icona? Una leggenda del XX secolo? Un videogame del nuovo millennio? Una cosa è certa: l’inchiostro che si è consumato per parlare di loro è molto, decisamente troppo, se solo si pensa al numero di libri che settimanalmente escono nel mondo, dalle discografie alle biografie, analisi dei testi, analisi della musica, spartiti, saggi filosofici e divagazioni sociali. In pratica, di tutto”.
Oliva cerca di colmare quel piccolo spazio della libreria che è rimasto vuoto. Ed è il rapporto tra i Beatles, insieme o da soli, e gli altri artisti in quell’intreccio di collaborazioni che va dal rock’n’roll al country, dal jazz rock al pop, dal blues alla classica.
Basti pensare a quanti musicisti sono stati influenzati dai Beatles o che, addirittura, hanno cominciato a strimpellare uno strumento proprio ascoltando o guardando i quattro scarafaggi di Liverpool in azione. Pensiamo agli Oasis? Già, anche e non solo a loro. Nel libro c’è spazio non soltanto per gli scimmiottamenti ma per la qualità prodotta dal connubio, per esempio, tra James Taylor e Paul McCartney (“Carolina on my mind”); i Cream di Eric Clapton affiancati da George Harrison, e ancora il “profondo e reciproco rispetto” tra Bob Dylan e i Beatles, il cui incontro risale al 1965. Scrive JohnLennon nelle note al cofanetto “Biograph”: “mi ricordo che inserimmo un nastro in un mangiacassette e schiacciammo il tasto. E non ricordo assolutamente nulla della canzone, né so che fine abbia fatto”. C’è, poi, Stevie Nicks, ma anche un ampio capitolo dedicato ai “figli d’arte”. Perché la storia dei Beatles ha un inizio temporale e geografico, ma non ha, e forse non avrà mai, una fine.
Un alieno nella Swingin’ London
Hanno avvistato un Ufo nel centro di Londra. No, non abbiamo le traveggole né abbiamo bevuto qualche goccino di troppo. Chi si è trovato, qualche settimana fa, dalle parti del “93 Feet East” di Brick Lane, nel cuore della capitale inglese, ha visto aggirarsi, su quei marciapiedi, un giovin signore accompagnato al suo strano strumento musicale. Il signore in questione è un avvocato catanese che risponde al nome di Marco Selvaggio. E l’Ufo non è proprio un Ufo, ma uno strumento a percussione che si chiama “hang drum”. Ne avevamo parlato già su queste pagine e avevamo augurato a Marco tanta fortuna quanto il suo coraggio di approcciarsi a uno strumento così strano quanto sconosciuto.
Un cd “biglietto da visita” all’attivo, serate in discoteca, passo dopo passo, Marco sta costruendo la fortuna sua e di questo strumento a forma di Ufo, tanto da conquistarsi una nicchia di fan che cresce sempre di più. Fino a catapultarlo nel cuore della capitale della musica per eccellenza: Londra. Dove Marco racconta di essere arrivato “contattando via internet alcune agenzie”. Al “93” hanno suonato personaggi del calibro di Radiohead e James Blunt, ma la curiosità per Marco Selvaggio e l’hang drum era tanta. “Il ‘93’ non era pienissimo – racconta Marco – in fondo si tratta di un locale di nicchia, frequentato da chi vuole ascoltare buona musica lontano dalla folla. Ma la soddisfazione è stata quella di sentirsi dire che, per la prima volta, il pubblico si è seduto a terra, davanti al palco, per ascoltare la nostra musica con più attenzione”.
Musica d’atmosfera, difficile da etichettare, a cavallo tra new age e sperimentazione. La magia dell’hang drum, per l’occasione, si è unita alla genialità del polistrumentista Salvo Dub (apprezzato, tra l’altro, per la sua attività all’interno dei Babil On Suite) e alle eleganti melodie del violino di Giulia Milioto.
“In alcuni momenti – racconta ancora Marco – abbiamo creato atmosfere molto particolari. Come quando il mio hang drum produceva suoni che venivano distorti e prolungati all’infinito su un tappeto sonoro che riproduceva la pioggia”.
Un concerto praticamente inedito, con nuove sperimentazioni, che Marco Selvaggio non ha deciso ancora se riproporre o no. Almeno qui. “Non credo che il pubblico di casa nostra sia già pronto per assistere a un concerto di questo tipo”. Lo dice senza superbia anche se questa dichiarazione potrebbe fare storcere il naso a qualcuno. E’ invece in linea con il “profilo basso” mantenuto da questo geniaccio delle percussioni. “Forse questi suoni sono piacevoli all’inizio, ma a lungo andare potrebbero annoiare. Non vorrei bruciarmi”. Ma continua a sperimentare, promettendo che tornerà a esibirsi a Londra, dove gli hanno proposto altre serate e “forse anche a Zurigo”. Nella speranza che, intanto, questo strumento prenda ancor più piede. “E’ vero, è poco conosciuto. Qualcuno ha scritto che in tutto il mondo ce ne sono soltanto 1.400 ma è un’informazione sbagliata. Credo che ce ne siano tra i 7 e gli 8 mila”. E una mano a far sì che questo strumento si abbini con maggiore frequenza ad altri suoni, la sta dando in particolar modo l’artista islandese Bjork che, per il nuovo cd “Biophilia”, ha voluto al suo fianco il più grande suonatore di hang drum al mondo: Manu Delago. “Speriamo – dice Marco – che sia davvero l’occasione per fare conoscere a molta più gente questo strumento”. E che l’Ufo torni a volare alto.











